Home News Fotovoltaico: è ora di fare informazione e non disinformazione

Fotovoltaico: è ora di fare informazione e non disinformazione

pubblicato il: - ultima modifica: 3 Giugno 2020

Vittuone - Pannelli.Aria di tempesta nel settore fotovoltaico e, dopo le passate polemiche tra Mucchetti, giornalista del Corriere della Sera, e Valerio Natalizia di Anie, questa volta è un’altro articolo del quotidiano di via Solferino a scatenare le polemiche.

Domenica 3 febbraio, nell’articolo Troppe illusioni sull’innovazione, Francesco Giavazzi e Francesco Alesina attaccano duramente il sistema degli incentivi concessi alle industrie fotovoltaiche.

[…] Un esempio: qualche anno fa, per favorire gli investimenti in energie rinnovabili si decise di sussidiare l’installazione di pannelli solari. Per far presto furono concessi incentivi che oggi, a pannelli installati, si traducono in una rendita di circa 11 miliardi di euro l’anno: li pagano tutte le famiglie nella bolletta elettrica e vanno a poche migliaia di fortunati. Non solo si è creata un’enorme rendita che durerà per almeno un ventennio: si è favorita una tecnologia che a distanza di pochi anni è già vecchia.

Oggi l’energia solare si può catturare semplicemente usando una pittura sul tetto, con costi e impatto ambientale molto minori. Ma i nostri pannelli rimarranno lì per vent’anni e nessuno si è chiesto quanto costerà e che effetti ambientali produrrà la loro eliminazione  […]

Produttori del settore fotovoltaico che, naturalmente, la vedono in maniera diversa. Per Averaldo Farri, consigliere delegato di Power-One, i due giornalisti hanno scritto inesattezze e sono portatori di disinformazione sul tema del fotovoltaico.

“Dal punto di vista tecnico e tecnologico, le affermazioni sul fotovoltaico sono semplicemente sbagliate. Non esiste una vernice da tetto che produce energia equivalente a un pannello fotovoltaico. Né ne esisteranno a breve, altrimenti, ci perdonino, perché nessuno si è fatto avanti a venderla a nessuno, in un mercato mondiale che ha installato oltre 40 miliardi di watt fotovoltaici? I conti energia, in qualsiasi paese del mondo, non hanno incentivato i pannelli ma la produzione di energia fotovoltaica. Se ci fosse stata questa vernice e avesse creato energia, essa sarebbe stata pagata né più né meno che come quella prodotta dai pannelli”.

“Nazioni come Germania, Regno Unito, Stati Uniti, Francia, Belgio, Olanda, adesso Giappone e financo Grecia, che hanno investito tanto, anche più dell’Italia, e stanno continuando a farlo sulla stessa esatta tecnologia su cui abbiamo investito noi e con obiettivi al 2030, sono tutte nazioni tecnicamente stupide come noi? I programmi d’incentivazione che stanno nascendo in Turchia, Romania, Ucraina, in tutto l’Est europeo, Sud Africa, Brasile e perfino negli Emirati Arabi, sono frutto di un miraggio collettivo? Non sarà che queste nazioni hanno una visione di lungo termine che l’Italia, schiava di lobbies tanto forti quanto miopi, non riesce a sviluppare?”.

“Ci si preoccupa dello smaltimento dei pannelli a fine vita. I pannelli sono per il 95% vetro, silicio e alluminio. Un paese che fino a un annetto fa voleva iniziare un programma nucleare e avrebbe dovuto smaltire scorie nucleari, sarà in grado di smaltire vetro, sabbia e alluminio?”

“Si dice che il fotovoltaico costa 11 miliardi all’anno. E’ sbagliato. La spesa per il settore fotovoltaico è limitata a 6,7 miliardi all’anno e ancora non ci siamo arrivati. Si può discutere se siano pochi o tanti e su come siano stati gestiti gli incentivi, ma per favore, se mettete dei numeri sulle prime pagine dei giornali, metteteli precisi. L’approssimazione non è da professori”.

Anche la teoria sull’innovazione proposta nell’articolo è singolare. La teorizzata distruzione creativa confonde l’innovazione con la creazione di nuovi prodotti, che dell’innovazione è solo una parte.

“Per chi, come noi di Power-One continua a seguire quel sogno romantico di dare lavoro alla nostra gente, evitando di delocalizzare e di creare ricchezza nel nostro paese, l’innovazione è un concetto a tutto tondo. Spazia dai processi produttivi, alla gestione e all’assicurazione della qualità, al modo di fare acquisti e gestire i magazzini, alla creazione dell’immagine di marca, al modo di portare i prodotti sul mercato e, in ultima analisi, arriva alla definizione di un modello diverso di azienda per quello che riguarda le relazioni con le maestranze, i sindacati e il territorio. Se un’azienda non ha nuovi prodotti (i cicli industriali durano dai due ai tre anni, non è detto che ogni mese ci possa essere un nuovo prodotto da presentare al mercato), può intanto puntare a rendere eccellenti quelli che produce”.

“Quindi, forse non vedremo mai quattro funzionari dell’Iri in un garage che si inventano Apple ma noi li vedremmo bene al miglioramento continuo dei loro prodotti esistenti”.

Condividi: