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Finanziare l’efficienza energetica con i bond

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In un momento difficile come questo in cui il finanziamento alle imprese è ai minimi storici può esseer possibile avviare progetti di efficienza energetica? Sì se, come spesso accade in questi momenti, si aguzza l’ingegno.

E per farlo bisogna lavorare sulle idee, come per esempio quella del sottosegretario di Stato al Ministero dell’Ambiente, Tullio Fanelli, nel corso di un convegno su Efficienza energetica e Pubblica Amministrazione organizzato al Senato della Repubblica da Veronafiere.

La proposta è semplice, finanziare l’efficienza energetica in Italia attraverso l’emissione di appositi bond, cioè obbligazioni senza scadenza, che offrano un rendimento lievemente superiore a quelli del Tesoro.

“Si tratta di una manovra che non genera debito, bensì risparmio energetico e quindi PIL, e che ha un forte significato industriale oltreché sociale ed etico, ed è questo che spiegheremo a Bruxelles, dove è meglio andare con idee e progetti piuttosto che con il cappello in mano a chiedere di poterci indebitare di più” afferma Tullio Fanelli.

Una posizione condivisa anche da Sara Romano, direttore generale del Ministero dello Sviluppo Economico che ha sottolineato come i fondi esistenti, tra cui il fondo di Kyoto, siano sottoutilizzati dalle nostre imprese e dalla P.A., ricordando inoltre che la finanziabilità dipende dalla coerenza e dalla bontà dei progetti, che non possono essere standardizzati o replicati rigidamente, ma devono partire da un adeguato e professionale check energetico per poi proporre l’applicazione di soluzioni ad hoc.

Le obbligazioni senza scadenza (o rendite perpetue) sono obbligazioni che corrispondono perpetuamente una cedola predefinita ma non presuppongono nessun rimborso a termine. Varie aziende (tra cui Deutsche Bank) hanno fatto ricorso a tale strumento finanziario.

Dal punto di vista formale queste obbligazioni non costituiscono debito proprio per l’assenza dell’obbligo di restituzione del capitale (può invece essere prevista un’opzione per il riacquisto). Dal punto di vista sostanziale tali obbligazioni non costituiscono debito se i capitali vengono impiegati in investimenti produttivi che garantiscano un ritorno economico in grado di compensare, in tutto o in parte, l’onere annuale derivante dalle cedole che altrimenti concorrerebbe al deficit.

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