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Crisi alimentare: non sottovalutiamo i cambiamenti del clima

pubblicato il: - ultima modifica: 9 Agosto 2020

Articolo realizzato in collaborazione con MondoHonline da Giuseppe Longhi, Urbanista dell’Università di Venezia I.U.A.V.

crisi-alimentareIl Guardian del 13 aprile nell’articolo Climate change: how a warming world is a threat to our food supplies di John Vidal, propone un interessante e preoccupante bilancio degli scenari alimentari a livello globale.

In sintesi l’articolo documenta come ci si debba preparare a una crisi alimentare dovuta allo sconvolgimento dei prezzi del cibo e delle tradizionali pratiche agricole a causa dei cambiamenti climatici. Di seguito riporto i principali argomenti.

L’ufficio cambiamento climatico del Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite segnala che rispetto a 20 anni fa molte più persone vivono in luoghi con un alto rischio climatico: 650 milioni di persone vivono in zone aride o semi-aride dove sono attesi i maggiori impatti di inondazioni, siccità e shock dei prezzi. Studi suggeriscono che più di 200 milioni di persone soffriranno di insicurezza alimentare entro il 2050 e più di 24 milioni di bambini di malnutrizione.

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La Fondazione Mary Robinson per la giustizia climatica stima che l’aumento dei redditi e la crescita della popolazione mondiale, 2 miliardi in più di bocche da sfamare entro il 2050, genereranno un aumento dei prezzi del cibo fra il 40 e il 50%.

Il cambiamento climatico farà crescere del 50% i prezzi del mais e un po’ meno quelli di frumento, riso e olio di semi.

In simmetria con l’aumento della popolazione e dei redditi, saliranno le temperature e cambieranno i regimi pluviometrici. Dobbiamo prepararci oggi per temperature più elevate ovunque, avverte l’Istituto International Food Policy Research di Washington.

Tutti gli studi stimano che gli effetti peggiori si faranno sentire fra le persone più povere. La malnutrizione infantile dovrebbe aumentare del 20% entro il 2050. Gli impatti dei cambiamenti climatici cadranno prevalentemente sulle persone che vivono nelle regioni tropicali e, in particolare, sui gruppi di popolazione più vulnerabili ed emarginate. L’impatto peggiore pesa così su coloro che hanno contribuito meno a causare il problema.

Dall’Europa, agli Stati Uniti, all’Asia, nessuna popolazione rimarrà indenne dagli enormi cambiamenti nella produzione alimentare che si verificheranno nel resto del secolo.

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Il consorzio di ricerca per la sicurezza alimentare CGIAR sostiene che i paesi ricchi ignorano con incosciente sufficienza gli effetti dei cambiamenti climatici, sottovalutando che l’instabilità è inevitabile. Già vediamo un sacco di rifugiati che con le barche si dirigono verso l’Europa, quando si dirigeranno verso gli Stati Uniti forse si sveglieranno.

Nel sud della Cina, negli ultimi anni la siccità ha sostituito le stagioni delle piogge. L’Accademia Nazionale delle Scienze Agrarie prevede che le forniture alimentari di base diventino insufficienti intorno all’anno 2030.

Le ultime proiezioni dell’Unione Europea indicano che le conseguenze più gravi del cambiamento climatico si faranno sentire intorno al 2050. Ma impatti negativi significativi sono attesi prima con frequenti e prolungate ondate di calore, siccità e inondazioni.

Molte colture tipiche dell’Europa meridionale, come le olive, potrebbero non sopravvivere al forte aumento delle temperature. Il Sud Europa dovrà cambiare il modo di irrigazione. Nel 2011, la Russia ha vietato le esportazioni di grano dopo un’ondata di caldo. Il riscaldamento aumenterà gli incendi boschivi del 30-40% e questo influenzerà l’erosione del suolo e aumenterà la probabilità di inondazioni.

In Africa, Medio Oriente e Asia, è previsto un calo di rendimenti fino al 30% per il riso, circa il 47% per il mais e del 20% per il frumento. L’International Food Policy Research Institute (IFPRI), che elabora il Global Hunger Index, stima che i raccolti dell’Africa sub-sahariana possano diminuire del 5-22 % entro il 2050, spingendo un gran numero di persone nella miseria.

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