Home Tecnologie Efficienza energetica: brevettare il made in Italy per un’energia consapevole

Efficienza energetica: brevettare il made in Italy per un’energia consapevole

pubblicato il: - ultima modifica: 5 Agosto 2020
efficienza energetica

efficienza energeticaEfficienza energetica, mai mare magnum ha attirato così tanto l’attenzione di pubblico e privato e mentre si deve ancora capire come indirizzare al meglio tecnologie, strategie e comunicazione (tutto è efficienza energetica compreso lo sviluppo e il risparmio per definizione in antitesi) si plaude ai valori di investimento messi sul piatto.

Per l’Italia, che noi non crediamo essere fanalino di coda in termini di centri di eccellenza, malgrado la scarsità delle risorse messe in campo, la cifra di 1,2 miliardi di dollari, secondo quanto rileva Stefano da Empoli presidente di ICom, fa registrare complessivamente una diminuzione del 4,9% rispetto all’anno precedente, appare corretta la scelta degli attori pubblici a livello mondiale di concentrarsi sull’efficienza energetica, alla quale viene destinata la maggiore percentuale di risorse con un investimento totale pari a 132,5 milioni di dollari (32% del totale). Occorrerebbe però farlo, sono ancora parole del presidente, evitando la logica dei finanziamenti a pioggia tutt’ora prevalente.

Efficienza energetica fa rima certamente con innovazione in molti settori (energia vecchia e nuova, edilizia, mobilità…) e tutte queste voci costituiscono un punto di grande interesse per l’Italia: nel settore si concentrano, infatti, sempre secondo il Rapporto ICom, il 4,8% dei brevetti presentati a livello nazionale.

Certo, non siamo sul podio: tra le 2.047 pubblicazioni apparse nel 2011 (il campione è rilevato dal Rapporto ICom sulla base delle principali riviste scientifiche del settore), il 17,7% porta la firma cinese (testimonianza della qualità sempre più elevata e ormai leader mondiale della ricerca scientifica made in China); il 12,9% proviene dagli Stati Uniti, che anche in questo caso erano fino all’anno scorso leader incontrastati a livello mondiale, mentre a grande distanza seguono la Germania, con il 5,1% delle pubblicazioni, il Regno Unito con il 5% e l’Italia.

“Nonostante i risultati quantitativi che emergono dall’analisi dei dati ufficiali siano per l’Italia deludenti” spiega il direttore dell’Area energia ICom, Franco D’Amore “il Rapporto restituisce un quadro meno fosco della situazione della ricerca e sviluppo nel campo energetico dell’Italia, se all’analisi meramente quantitativa degli indicatori macro affianchiamo un’indagine di tipo qualitativo sull’innovazione in corso. Rimangono però le criticità legate, da una parte, alle note caratteristiche strutturali del nostro Paese (preponderanza delle Pmi nel tessuto produttivo, difficoltà della Pubblica amministrazione sia centrale che regionale di promuovere strumenti efficienti ed efficaci a sostegno dell’innovazione), dall’altra al contesto internazionale, che vede la competitività di Europa e Stati Uniti erosa dalla concorrenza sempre più efficace dei Paesi dell’Estremo Oriente, tra cui spiccano Corea, Giappone e Cina”.

Vero è che di strada da fare ce ne è tanta. E, per fortuna: questo è tutto business che conta. A cominciare dalla produzione dell’energia autarchica. Come ha rilevato l’Ispra in collaborazione con le Agenzie Ambientali, anche se i dati relativi al settore energetico evidenziano una serie di cambiamenti in atto negli approvvigionamenti, le modifiche del mix delle fonti primarie non hanno comunque ridotto l’elevata dipendenza energetica del nostro Paese che passa dall’82,8% del 1990 all’82,1% del 2010.

Relativamente alla distribuzione degli impieghi finali di energia (usi non energetici e bunkeraggi esclusi), il settore residenziale e terziario assorbe il 38,5% di energia, seguito da quello dei trasporti e industria, rispettivamente 33,8% e 25,4%. Agricoltura e pesca rappresentano il restante 2,4% dell’impiego finale di energia.

In compenso ci dobbiamo mettere tutti di buzzo buono. Dettando una sorta di priorità su cui riflettere il Ministero dell’Ambiente ha chiamato in causa tutti. Il messaggio è bisogna ripensare gli schemi di coinvolgimento dei cittadini nei processi di tutela e valorizzazione ambientale. Il risparmio energetico, la qualità delle risorse e la tutela dell’ambiente sono temi che non devono essere vissuti come un’imposizione o un freno alle attività umane.

Ci auguriamo che il settore delle rinnovabili abbia insegnato che non ci vogliono incentivi, ma misure di sgravi fiscale. Sicuri e perenni.

Condividi: