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Le PMI italiane e la sfida della qualità

pubblicato il: - ultima modifica: 6 Agosto 2020
made in italy e pmi

made in italy e pmiIn questi anni di emergenze e crisi senza fine, vissute sulla pelle di tante famiglie e delle PMI, il vero comparto produttivo italiano, la fine del tunnel sembra, ancora una volta, avvicinarsi.

Ancora una volta però le certezze non sono per nulla salde tranne il fatto che lo scenario post crisi presenterà un mondo totalmente differente dal precedente: tanto aspro e difficile per chi lo affronta con i vecchi strumenti quanto stimolante e pieno di opportunità per coloro che faranno tesoro di quanto la crisi ci ha insegnato.

Per questo è interessante leggere e diffondere la pubblicazione di Le PMI e la sfida della qualità. Un’economia a misura d’Italia, un dossier realizzato da CNA e da Fondazione Symbola che vuole per l’appunto mettere in luce il ruolo delle PMI per l’economia del Paese: sono loro, infatti, la spina dorsale del made in Italy.

Qui di seguito, a firma di Ermete Realacci, Presidente della Fondazione Symbola, e di Daniele Vaccarino, Presidente di CNA, trovate l’introduzione del dossier.

Qual è il nostro posto nel mondo? Quale ruolo spetta all’Italia sulla scena globale del XXI secolo? Se qualcuno aveva dubbi, la durissima crisi, che, dopo 8 anni, finalmente sembra allentare la sua morsa, ci ha insegnato che niente è più come prima, che non basterà tentare di spostare indietro le lancette dell’orologio e tornare alle nostre abitudini.

Sul terreno restano imprese, posti di lavoro, e tante presunte certezze: la crisi ha accresciuto le disuguaglianze, reso più aggressive le mafie, più intollerabile la corruzione, mentre resta soffocante la burocrazia. Ma questa stessa crisi ci ha dimostrato anche che abbiamo tutte le caratteristiche, talenti, capacità, risorse, per tornare a competere, e vincere.

Dobbiamo avere fiducia in questi talenti unici, nelle nostre capacità irripetibili e sempre più richieste sui mercati. Dobbiamo guardare al mondo senza complessi, con coraggio, e senza tradire il nostro dna. Riconoscendo, innanzitutto, il valore delle nostre tradizioni, del nostro sapere fare, della bellezza e della cultura: un valore reso ancora più desiderabile agli occhi esterni, grazie anche all’affermazione di stili di vita e di consumo più sostenibili e responsabili.

E dobbiamo rinnovare queste tradizioni, avendo l’ardire di sfidare, tante imprese lo stanno già facendo, le novità che il presente e il futuro pongono sul nostro cammino: novità che potremmo cavalcare, scommettendo sulla ricerca, sulla nostra creatività, sulle potenzialità della green economy; e puntando sulle tecnologie avanzate, sul web, sull’economia della condivisione.

Per questo Cna e Symbola sentono il bisogno di fissare, nero su bianco, dati di verità che tanti hanno finora sottovalutato, altri, addirittura, ignorato o svilito. Verità pienamente incarnate dalle PMI che, dunque, mostrano di rappresentare la spina dorsale del made in Italy. Parliamo della capacità di innovare: siamo il secondo paese in Europa, dopo la Germania, per numero di aziende (65.481) che, negli ultimi tre anni, hanno introdotto innovazioni di processo o di prodotto, innalzando il livello qualitativo delle loro attività. E più dell’80% di queste aziende ha meno di 50 addetti: segno incontestabile che, se un ostacolo alla capacità di innovare esiste, non sta nelle dimensioni delle nostre PMI.

Quelle stesse PMI che guidano la riconversione verde dell’occupazione europea: dalla fine del 2014, il 51% delle piccole e medie imprese italiane ha almeno un green job, più del Regno Unito (37%), della Francia (32%) e della Germania (29%). Puntare sulla sostenibilità e sulla qualità ambientale è una scelta strategica che guarda al futuro, che già oggi ci garantisce primati: 341.500 le aziende italiane (il 22% del totale, addirittura il 33% nella manifattura) che dal 2008 hanno investito nella green economy, guadagnando in termini di export (tra le manifatturiere, il 44% di quelle che investono green esportano stabilmente, contro il 24% delle altre) e di innovazione (30% contro 15%).

E che potrebbe, domani, condurci a una nuova leadership. Siamo già i campioni europei nell’industria del riciclo: a fronte di un avvio a recupero industriale di 163 milioni di tonnellate di rifiuti su scala europea, nel nostro Paese, grazie anche a tante piccole imprese della preparazione al riciclo e della manifattura di riciclo, ne sono stati recuperati 24,1 milioni, il valore assoluto più elevato tra tutti i paesi europei (in Germania sono 22,4).

Proprio le PMI emergono per ciò che sono: non un peso di cui liberarsi ma una delle chiavi di volta del made in Italy, tra le più adatte e versatili a mettere a frutto le virtù che in tanti al mondo ci riconoscono. Le molte imprese artigiane, le micro e piccole aziende italiane contribuiscono per oltre 1/5 (22,1%, 77 miliardi di euro) al valore aggiunto prodotto in Europa dalle imprese della manifattura fino a 50 addetti.

Parliamo di quelle filiere territoriali che fanno di Brescia e Bergamo le prime due province manifatturiere d’Europa (per valore assoluto), davanti alla tedesca Wolfsburg, che ospita il cuore della Volkswagen (e seguite, nelle prime 20, da altre 9 province tricolori). Parliamo di quelle PMI che sono un quarto delle PMI esportatrici in Europa (più delle tedesche: 14,5%), e rappresentano ben il 90% del totale delle imprese manifatturiere esportatrici nel nostro Paese: lo zoccolo duro, il volano dell’export nazionale.

Una capacità di imporsi fuori dai nostri confini, anche su mercati poco frequentati, che va legata alla scommessa sulla qualità. Lo abbiamo visto con la scelta della sostenibilità ambientale, con il ruolo dell’innovazione. Lo dimostra il trend dei valori medi unitari dei nostri prodotti, che nell’ultimo decennio (2002-2015) sono cresciuti a ritmi superiori a quelli degli altri grandi paesi europei: segno che i mercati ci riconoscono un crescente premio di prezzo legato proprio alla qualità. Siamo addirittura primi al mondo per valore medio unitario di 255 prodotti.

Tra cui molti blasoni del made in Italy (dall’agroalimentare alla meccanica al mobile e design alla moda), ma anche illustri rappresentanti di settori nuovi e innovativi: si va dai motocicli ai formaggi, per esempio, dalle borse alle parti di orologi, e poi cappotti, calzature, guanti e portafogli, ma anche pellicole cinematografiche, funghi e carta da riciclare, cinghie di trasmissione e pannelli di legno, pianoforti a coda, violini e fresatrici per metalli, bastoni per golf e tavole da windsurf.

Un mondo questo delle PMI, se lo guardiamo bene, che non ci parla solo di competitività, di fatturati e di export: ma che allude, a volte incarna, un modello di sviluppo che sa tenere insieme la capacità di competere con la valorizzazione del capitale umano, tradizione, territorio e rispetto dell’ambiente con la crescita economica; produttività, coesione sociale e rispetto di diritti.

Un modello economico e sociale che gravita intorno al concetto di qualità e guarda al futuro; nel quale l’Italia, anche sfruttando le potenzialità di Expo 2015, ha tanto da dire. Questo mondo, se vogliamo che il Paese si lasci definitivamente alle spalle la crisi, e che torni a guardare a testa alta i partner europei e i competitor mondiali, va valorizzato. Vanno sostenute, e vanno additate come modelli, le imprese che hanno intrapreso questo cammino. Vanno rimossi gli ostacoli che le frenano, per far sì che le storie di successo individuali, e potremmo citarne davvero tante, diventino il successo di un intero sistema produttivo. Il successo di un Paese.

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