Home News Per un’industria agroalimentare efficiente e sostenibile

Per un’industria agroalimentare efficiente e sostenibile

pubblicato il: - ultima modifica: 3 Maggio 2021
produzione agroalimentare

Che prospettive dobbiamo immaginarci per un futuro dove il cibo e l’acqua saranno al centro di bisogni di miliardi di persone? Come l’impatto della produzione agroalimentare potrà essere minimizzato e reso il più sostenibile possibile?

Lo abbiamo chiesto ad Alberto Campiotti, responsabile dell’Unità Tecnica Efficienza nel settore industriale dell’agricoltura di Enea che da questa intervista fa emergere come una nuova agricoltura non solo sia possibile ma anche doverosa.

Campiotti parte proprio dalle stime e dai bisogni legati al settore.

“La Fao stima che entro il 2030 a causa della crescita della popolazione mondiale fino a 8 miliardi e a 9 miliardi entro il 2050, la domanda di energia e acqua potrebbe aumentare del 40% con un aumento della richiesta di cibo di oltre il 50% rispetto alle attuali esigenze.

FaoStat calcola in non meno di 5 miliardi di tonnellate l’anno la quantità di cibo prodotto, di cui circa 2,4 miliardi di tonnellate la produzione di frutta e verdura (mediamente l’agricoltura dell’Unione Europea fornisce oltre il 40% della produzione alimentare complessiva nei Paesi dell’Ocse).

A questo proposito, da sottolineare il fenomeno relativo allo spreco di prodotti alimentari sia tra i Paesi industrializzati e sia, per ragioni diverse, in quelli in via di sviluppo.

Infatti, a fronte di una disponibilità pro-capite nei Paesi industrializzati di 900 kg/anno, si registra uno spreco medio di 95-115 kg/anno/persona, soprattutto a livello di rivenditore e di consumatore, mentre nei Paesi in via di sviluppo su una disponibilità pro-capite di 400 kg/anno, si registra uno spreco di 6-11kg/anno/persona, particolarmente nelle fasi del dopo raccolto e della lavorazione data la scarsità di mezzi e tecnologie.

In tale contesto, le imprese agricole e, in generale, le imprese agricole dovranno partecipare a una trasformazione dei processi produttivi mediante un nuovo paradigma basato sull’efficienza energetica, per favorire il passaggio da una economia alimentare che privilegia le caratteristiche immateriali del prodotto e le capacità manageriali e commerciali della Gdo, a una dimensione che assegna al bene alimentare un valore aggiunto anche e soprattutto in accordo con la sostenibilità energetica e ambientale dei modi di produzione, trasformazione e distribuzione commerciale“.

Questa nuova dimensione efficiente dell’industria agroalimentare apre nuove opportunità economiche. Ma gli investimenti sono doverosi: quali direzioni suggerisce?

Io partirei dallo sviluppo di sistemi serra building con atmosfera controllata per la coltivazione di specie agrarie a forte richiesta industriale con tecnologie e processi produttivi a impatto-zero in termini di consumo di risorse naturali.

Il progetto Adriacold, di cui l’Utee è partner, finanziato dal programma Ipa-Adriatic Cross-border Cooperation 2007-2013 della Commissione Europea, intende promuovere lo sviluppo e la diffusione di sistemi serra dotati della tecnologia Solar Cooling basata sull’uso dell’energia solare per il riscaldamento/raffrescamento, al fine di acquisire la totale indipendenza energetica da combustibili fossili.

Ma mi concentrerei anche su una maggiore considerazione per la variabilità genetica nell’ambito delle risorse genetiche per l’alimentazione della popolazione se consideriamo che delle oltre 27.000 piante superiori disponibili appena 30 sono quelle che forniscono il 90% del fabbisogno energetico alla popolazione mondiali.

In natura esistono enormi potenzialità di piante che potrebbero contribuire alla diversificazione e all’innovazione delle fonti agricole e pertanto delle produzioni agroalimentari. Si ricorda che a livello globale esistono: 250.000 specie vegetali identificate; 80.000 specie vegetali eduli; 150 specie vegetali coltivate; 12 specie vegetali che provvedono al 90% dell’energia che mangiamo.

Infine, suggerisco la promozione di provvedimenti giuridico-istituzionali come la fiscalizzazione di vantaggio per la produzione di prodotti e manufatti legati all’introduzione della policy dell’efficienza energetica nelle filiere agroindustriali (certificati bianchi) e una intensificazione dei rapporti di collaborazione, formazione e comunicazione tra il mondo della ricerca e il sistema scolastico per lo sviluppo di una maggiore conoscenza e di un approccio didattico innovativo nei confronti della produzione e dell’uso del cibo, dell’energia, dell’acqua e del territorio ai fini agroalimentari.

Dove si produrrà bene e meglio in un contesto come questo fin qui delineato?

I ragionamenti che abbiamo fatto fin qui non posso prescindere dalla progettazione e lo sviluppo di città metropolitane sostenibili (si prevede che nel 2030, l’80% della popolazione mondiale vivrà nelle città, sebbene i territori urbani rappresentino soltanto il 4% della superficie terrestre), in grado di favorire l’integrazione virtuosa tra il territorio urbano e il territorio rurale, secondo le esigenze di una smartness agroalimentare in accordo con modelli organizzativi che vedono nell’efficienza energetica la risposta più immediata alla protezione dei suoli, alla qualità dell’aria, alle priorità fondamentali per indirizzare il Sistema-Paese verso una modernità basata sullo sviluppo economico sostenibile.

L’adozione di nuove strategie produttive nei confronti delle dinamiche dei consumi entrano funzionalmente nei nuovi paradigmi della città metropolitana rispetto alle relazioni che si ri-disegnano tra l’amministrazione, i cittadini, l’ambiente e l’energia, soprattutto attraverso la valorizzazione dei beni antropici rurali e lo sviluppo di un sistema agricolo-alimentare capace di integrare la sostenibilità energetica, gli aspetti ambientali e territoriali con le risorse naturali.

In questo contesto, particolare importanza assume la tematica dell’efficienza energetica in termini di urban ecological footprint volta alla definizione dei flussi energetici associati ai beni alimentari in entrata e in uscita dall’area rurale-urbana.

L’eliminazione totale dello spreco alimentare, stimato in un terzo dei beni alimentari mondiali, ovvero 1,3 miliardi di tonnellate, rispetto alla quantità di cibo prodotto (in Italia circa 7 milioni di tonnellate di cibo sprecate annualmente).

A questo proposito, è opportuno sottolineare che nel 2009, in Italia, sono stati stimati 20 milioni di tonnellate di frutta, verdura e cereali sprecati, tra prodotto lasciato in campo e prodotto non utilizzato dalla Gdo (Grande Distribuzione Organizzata) e dai consumatori.

Se consideriamo l’espansione della popolazione è evidente che la necessità di aumentare la produzione di cibo rischia di tradursi in ulteriori pressioni sul sistema agroalimentare in termini di consumo di terra, acqua e energia, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo.

Si delinea, quindi, un’agricoltura di prossimità capace di soddisfare le richieste di cibo, di spazi verdi, di riciclo per le aree industriale/commerciale, residenziale/storica, periferia/centro, in grado di integrarsi virtuosamente con l’ambiente e l’insediamento umano e con un sistema agroalimentare che dipenderà dalla natura della domanda generata dal mercato per cui l’agricoltura produrrà in modo equilibrato i beni alimentari per i quali esiste la domanda dei consumatori.

Ciò detto l’industria agroalimentare, con tutta la sua portata economica, deve partire dal principio dell minor impatto ambientale ed energetico. Come procedere?

La policy dell’efficienza energetica per lo sviluppo di una Food Economy sostenibile rappresenta una scelta irrinunciabile per l’agroalimentare italiano sia per sostenere la competitività sul mercato interno e sui mercati internazionali e sia per favorire i margini operativi degli agricoltori che se confrontati sulla catena del valore dell’agroalimentare italiano risultano all’ultima posizione (1%) rispetto alla commercializzazione al dettaglio (4,4%), all’industria della trasformazione e alla distribuzione (Gdo-Grande Distribuzione Organizzata) che, praticamente, concentrano le rimanenti percentuali.

In questo contesto, i metodi e le strategie dell’efficienza energetica sono associati allo sviluppo di filiere corte controllate per la produzione di prodotti agricoli, alla definizione di strategie di distribuzione innovative ai fini di un mercato che migliori il rapporto e la comunicazione tra produttori, Gdo e consumatori, all’adozione di tecnologie, sistemi e processi inglobanti maggiori dosi di progresso tecnologico ai fini della sostenibilità energetica e ambientale.

Di particolare importanza in termini di riduzione dei consumi di energia fossile è il mercato del biologico, che conta in Italia 8 milioni di consumatori, secondo dopo la Germania e la Francia per spesa pro-capite con 50mila aziende produttrici (primo sul mercato Europeo), se consideriamo che il valore aggiunto dei cicli colturali classificati come biologici risiede soprattutto nella capacità delle aziende produttrici di operare con il massimo risparmio di input energetici sia diretti (principalmente combustibili fossili) che indiretti (fertilizzanti e materie plastiche).

L’industria agroalimentare nella sua accezione più completa di agricoltura e industria alimentare, raggiunge un valore economico annuale dell’ordine dei 250 miliardi di euro, mediamente a una quota del 15% del PIL nazionale per gli anni a partire dal 2008 al 2011, di cui 130 dalla sola industria e 50 generati dall’agricoltura.

Per sostenere energeticamente le numerose filiere che costituiscono la food economy nazionale, l’Enea ha stimato un consumo di energia finale pari a circa 17 Mtep (17 milioni di tonnellate di petrolio, Tonnellate Equivalenti Petrolio).

In pratica, la produzione agroalimentare, la prima lavorazione, la trasformazione, la distribuzione, la commercializzazione dei beni alimentari per 60 milioni di italiani, richiedono una quantità di energia pari al 14% dei consumi finali di energia fossile, non meno di 134 Mtep, richiesti dall’economia del nostro Paese nel 2013.

La produzione agroalimentare moderna, se da un lato apporta vantaggi e benefici significativi all’economia nazionale, dall’altro presenta lo svantaggio di allungare il percorso dei prodotti dal campo alla tavola, in quanto spesso si avvale di alimenti provenienti da altri Paesi, con forti consumi di energia per il trasporto e lo stoccaggio in ambienti climaticamente controllati.

La Grande Distribuzione Organizzata (Gdo) detiene il 90% del mercato dei prodotti alimentari in Francia, oltre il 70% in Germania e Regno Unito, oltre il 50% in Spagna e in Italia.

La Gdo attraverso la destagionalizzazione dei prodotti agroalimentari e la commercializzazione di prodotti complessi, che richiedono quantità e qualità elevate di servizi, ha contribuito a elevare i consumi di energia, soprattutto per quanto riguarda il confezionamento, i controlli qualitativi e le caratteristiche estetiche del prodotto oltre a un consumo elevato di carburante per il trasporto e la distribuzione dei beni alimentari sulla base di flussi non solo nazionali ma soprattutto europei e internazionali.

tabella-1
Consumo di energia nel trasporto dei beni alimentari

Anche la catena del freddo e l’approvvigionamento di beni alimentari dall’estero incidono in modo significativo sui consumi energetici afferenti alla distribuzione e al trasporto.

La valorizzazione di produzioni da un lato legate ai cicli stagionali e da un altro lato associate all’impiego di energia rinnovabile per evitare il ricorso all’energia fossile, la minimizzazione delle emissioni e dei consumi di energia, acqua, suolo e clima, l’impiego di innovazione tecnologica che favorisce la diminuzione di energia per unità di prodotto, si pongono ormai come strategie irrinunciabili, per avviare un sistema agricolo-alimentare basato sull’efficienza energetica e la sostenibilità economica.

A questo proposito, l’Enea con il progetto Europeo Tesla ha in corso l’attuazione di 110 diagnosi energetiche presso Pmi europee operanti in uno dei seguenti quattro sotto-settori di interesse:

  • filiera degli impianti per la lavorazione e trasformazione dei prodotti ortofrutticoli
  • filiera delle aziende viti-vinicole
  • filiera dei frantoi di produzione olio d’oliva
  • filiera della produzione dei mangimi per la zootecnia

In particolare, per le produzioni vegetali in serra, gli aspetti legati al consumo di energia costituiscono ormai un elemento di preoccupazione sia per i costi energetici e sia per le emissioni di CO2, se consideriamo che un chilogrammo di pomodoro coltivato in serra nei Paesi del Nord-Europa richiede 26,73 MJ ed emette 1.459,4 g di CO2/kg mentre un chilogrammo di lattuga ottenuto in serra richiede 22,9 MJ ed emette 1250,2 g di CO2/kg. Per le stesse colture, si registrano valori inferiori fino a un terzo nei paesi del Sud-Europa.

Stime sull'energia per gli alimenti: produzione totale e spreco delle coltivazioni ortive
Stime sull’energia per gli alimenti: produzione totale e spreco delle coltivazioni ortive
Condividi: