Home Imprese Sostenibili Smart City Report: ricadute economiche per le Smart Cities

Smart City Report: ricadute economiche per le Smart Cities

sostenibilità e green planner news
Foto di anncapictures da Pixabay

smart cityIl prossimo 29 ottobre, alle ore 14:30, presso l’aula magna dell’Istituto Mario Negri (Milano Bovisa, via Privata Giuseppe La Masa 19) verrà presentato lo Smart City Report che illustrerà la definizione, la valutazione delle ricadute economiche e i modelli di business per le Smart City in Italia e in Europa.

Il report porterà alla luce i macro-trend in atto a livello globale con particolare riferimento alla crescita demografica, in virtù della quale nel 2050 la Terra ospiterà circa 9 miliardi di persone, il 70% dei quali vivrà nelle città, rende non più procrastinabile una profonda riflessione sull’evoluzione delle città verso le cosiddette Smart City.

Lo Smart City Report è il primo dei rapporti dell’Energy&Strategy Group ad affrontare in maniera organica il tema delle Smart City, a seguito della crescente rilevanza che questo tema ha assunto nel corso degli ultimi anni.

In particolare, il rapporto si focalizza sugli ambiti, fra quelli definiti nella letteratura sulle Smart City, che hanno come denominatore comune l’adozione di tecnologie relative alla produzione, gestione e utilizzo efficiente dell’energia.

In particolare lo Smart Living, cioè l’attenzione al miglioramento della vivibilità per i cittadini in ambito urbano, attraverso l’ottimizzazione dei servizi pubblici offerti al cittadino e l’adozione di soluzioni tecnologiche per l’efficienza energetica in ambito domestico e urbano; la Smart Mobility, cioè l’ottimizzazione della mobilità all’interno dell’ambito cittadino, attraverso la diffusione di soluzioni di trasporto innovative e sostenibili (biocarburanti, veicoli a bassa emissione, in particolar modo veicoli elettrici, e sviluppo di car‐pooling e car‐sharing); lo Smart Environment, quindi l’attenzione alla sostenibilità ambientale della città, attraverso per esempio l’utilizzo efficiente delle fonti energetiche disponibili, l’integrazione di nuove fonti di energia rinnovabile, la riduzione degli sprechi nella gestione delle risorse idriche e dei rifiuti.

La costruzione di una Smart City passa attraverso l’interazione di tre builiding block: tecnologie, secondo le definizione di ambito viste in precedenza; attori (sia pubblici che privati), che sono chiamati a effettuare e attuare gli investimenti in tecnologie; modelli di finanziamento, anche in questo caso considerando sia le fonti pubbliche (nazionali e sovranazionali), sia le forme di finanziamento privato, sia i modelli cosiddetti PPP, ossia di partenariato pubblico‐privato.

All’interno dello Smart City Report, ciascuno dei tre building block è valutato sulla base di diversi parametri, al fine di valutarne la rispondenza (per esempio in termini di disponibilità o maturità tecnologica) ai requisiti necessari per la creazione di questo modello di città. L’analisi condotta mostra che a oggi esiste un forte mismatch tra le caratteristiche delle tecnologie, attori e modelli di finanziamento in gioco e quelle che gli stessi dovrebbero avere per favorire la diffusione della smartness in città.

Emerge pertanto un problema di sistema, quasi di natura strutturale, che riguarda le possibili interazioni fra i diversi building block. L’unica via di uscita sembra quindi essere quella di adottare business model, meccanismi di governo dei progetti di smart city che permettano di temperare il mismatch e riallineare gli interessi dei diversi soggetti in campo.

Dall’analisi dei casi di successo che già oggi contraddistinguono il panorama europeo, a partire dall’analisi delle due maggiori città (sulla base del numero di abitanti) di ciascun Paese europeo, è emerso che la principale differenza fra i casi più virtuosi di smartness e quelli meno virtuosi non risiede nell’orizzonte temporale di intervento, e neppure nella localizzazione geografica (anche se vi è una maggiore prevalenza di città nord europee nelle aree a elevata smartness), bensì nel business model utilizzato per gestire i progetti.

Sono infatti due i business model ricorrenti che è possibile isolare e che si è deciso di chiamare: Modello di sviluppo organico; Modello di sviluppo additivo.

Il modello di sviluppo organico è in primo luogo caratterizzato dalla presenza di una cabina di regia composta di solito da tutti i soggetti tipicamente coinvolti nella realizzazione di progetti Smart City, la quale coordina sin dall’inizio le attività di pianificazione e realizzazione dei progetti. Tale struttura è tipicamente formalizzata, dotata di una propria governance e assume quindi un ruolo formale nella gestione dei progetti.

Esiste una roadmap che indica gli obiettivi da raggiungere e le relative modalità e tempistiche. Gli ambiti tecnologici coperti sono molteplici; questo modello di sviluppo fa sì che i requirement delle singole tecnologie abilitanti siano definiti e ottimizzati secondo un’ottica organica. Il modello di finanziamento privilegiato è il PPP, che permette agli enti pubblici di attrarre e reperire risorse finanziarie non disponibili al proprio interno.

Nel modello di sviluppo additivo, invece, è la Pubblica Amministrazione ad assumere tipicamente il ruolo di principale promotore dei progetti di Smart City; il supporto dei soggetti privati e dei fornitori di servizi di pubblica utilità risulta piuttosto limitato. Viene a mancare di fatto quella cabina di regia che guida lo sviluppo secondo il modello organico. Non esiste una roadmap che indica gli obiettivi da raggiungere e le relative modalità e tempistiche.

Gli ambiti tecnologici coperti sono limitati, inoltre ciascun progetto segue un iter a se stante. Spesso è l’emanazione di bandi di finanziamento spot a dare l’input alla realizzazione dei progetti. La forma di finanziamento utilizzata con maggiore frequenza fa riferimento ai fondi pubblici, sia nazionali che europei. D’altro canto, si registra una forte difficoltà ad attrarre finanziamenti privati, dal momento che tali iniziative sono giudicate poco appetibili dai potenziali soggetti finanziatori.

Dall’analisi emerge che il modello prevalente delle città maggiormente evolute sia quello organico, segno dell’importanza di un forte coinvolgimento formale di tutti gli attori e di una vision condivisa sin dalle prime fasi di sviluppo. D’altro canto, le città che mostrano un grado di smartness inferiore adottano nella maggior parte dei casi un modello additivo, che tra i principali limiti annovera uno scarso coinvolgimento di soggetti potenzialmente cruciali quali fornitori di tecnologie e servizi, utility e soggetti finanziatori.

//

Guardando al contesto italiano, emerge un rilevante gap in termini di smartness delle città italiane rispetto a quelle europee. La ragione principale di questa distanza va ascritta alla prevalente adozione da parte delle città italiane del modello di sviluppo additivo, ulteriormente favorito da specifici fattori di contesto tipicamente italiani, quali: la scarsa diffusione del PPP, per di più talvolta malvisto come una modalità di relazione poco trasparente tra soggetto pubblico e soggetti privati; l’elevata burocratizzazione del nostro Paese, che ha un impatto netto negativo sulla possibilità di usufruire di finanziamenti pubblici (possibili abilitatori di tali progetti); la ridotta capacità di spesa delle Pubbliche Amministrazioni, legata a un’indisponibilità di cassa e/o ai vincoli di bilancio vigenti (con riferimento per esempio al patto di stabilità).

D’altro canto, tali ritardi nel livello di smartness delle città italiane si traducono in un enorme potenziale di investimento nel nostro Paese. Con riferimento alle prime 50 città italiane, il potenziale di mercato teorico delle Smart City in Italia è pari a circa 65 miliardi di euro, pari a oltre 7 volte il cumulato degli investimenti a oggi realizzati in tale ambito.

Di questo enorme potenziale, la parte destinata a tradursi in mercato reale da qui al 2020 è pari a 10 miliardi di euro, solo il 16% del mercato teorico ma con un volume annuo di investimenti di circa 2 miliardi di euro all’anno, ossia con una progressione doppia rispetto al ritmo medio degli investimento tenuto nell’ultimo quinquennio.

L’effettiva concretizzazione di questo potenziale dipende ancora una volta dal business model. L’evoluzione delle citta italiane verso il paradigma Smart City è possibile soltanto se gli attori in gioco saranno in grado, attraverso una cabina di regia condivisa e forme di finanziamento PPP appositamente studiate, di sopportare gli orizzonti di investimento e la invasività di questi interventi. Ancora una volta una sfida per il nostro Paese sulle sua capacità di fare sistema.

Condividi: