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Sharing economy alla conquista di nuovi mercati e opportunità

città: Milano - pubblicato il:
sharing economy sharitaly

sharing economy sharitalyServizi alle persone, cultura e, naturalmente, trasporti: le piattaforme di sharing aumentano (+10% sul 2015) e si estendono a nuovi settori; tanto che si parla ormai di sharing economy, ovvero di economia collaborativa.

Nel 2016, le piattaforme italiane legate a una qualsiasi forma di condivisione (comprese le multinazionali con sede in Italia) sono arrivate a 138, mentre quelle di crowdfunding sono 68, per un totale di 206 soggetti. Per quanto riguarda gli occupati, la media di addetti è di 6 unità di cui per due terzi dipendenti, la metà sono under 35 e solo per un terzo si tratta di donne.

Numeri che complessivamente evidenziano un incremento del 10% rispetto al 2015. Ma, al di là della crescita quantitativa, è interessante notare come la sharing economy stia facendo il suo ingresso in un numero sempre più ampio di settori, che iniziano a individuare nei processi collaborativi nuove potenzialità di business.

A rilevarlo sono due interessanti ricerche congiunte presentate a Milano in occasione di Sharitaly 2016: si tratta del 3° Rapporto annuale della mappatura piattaforme collaborative e del 4° Report sulle piattaforme di crowdfunding, a cura di Marta Mainieri (Collaboriamo) e Ivana Pais (Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano).

Per quanto riguarda la sharing economy, nella ricerca le piattaforme censite sono state suddivise in ben 12 settori. Quelli più dinamici sono risultati essere quelli trasporti, pari al 18% del campione, seguiti da servizi alle persone (17%), servizi alle imprese (9%) e cultura (9,4%), mentre il peso del turismo (dove il colosso Airbnb sembra frenare l’ingresso di nuovi soggetti) risulta sostanzialmente invariato al 12%.

Si registra però per la prima volta anche un tasso di mortalità delle imprese, con 13 piattaforme di sharing e 10 di crowfunding non più attive rispetto al 2015.

Più lento l’incremento della fruizione di queste piattaforme, anche in virtù del fatto che si tratta di una offerta ancora molto giovane: la maggior parte delle piattaforme di sharing è operativa da meno di due anni. Sta di fatto che il 51% delle piattaforme prese in considerazione raggiunge i 5mila utenti/clienti, ma l’11% ne registra oltre 100mila, a testimoniare un’ampia potenzialità di crescita dell’utenza.

Lo stesso vale per le piattaforme di crowdfunding: il 49% meno di 500 donatori, e solo il 9% supera i 50mila. Ma si tratta comunque di cifre in crescita, se si considera che nel 2015 le piattaforme di sharing che raggiungevano almeno 30mila utenti erano il 21% e ora sono il 31%.

Internet (83%) e App (17%) sono ovviamente i mezzi usati per sfruttare il servizio, mentre per il crowd la quota dell’accesso via App rimane stabile sul 9%.

Altri dati forniti dalla ricerca riguardano il purtroppo difficile accesso a finanziamenti esterni: oltre il 50% dei gestori delle piattaforme censite ha dichiarato di essersi autofinanziato con fondi personali, per cifre perlopiù inferiori ai 50mila euro.

Il che limita all’osso gli investimenti, e penalizza in particolare la comunicazione. Interessante anche l’analisi dell’impatto sull’occupazione. Nonostante venga identificata come new economy, l’età media dei fondatori è piuttosto elevata (39,5 anni) e nella totalità dei casi si tratta di uomini.

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