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2017: è inevitabile la raccolta degli scarti alimentari

città: Milano - pubblicato il:
scarti alimentari

scarti alimentariOrmai è ben chiaro che buttare è un gesto antieconomico, oltre che inquinante: il riuso e il riciclo la faranno sempre più da padroni e noi ci auguriamo che il 2017 sia l’anno che sdogani questa tendenza. Il paradigma è tanto più vero se si parla di un ambito, quello degli scarti alimentari dove il tanto scarto si associa al buono.

Qualche atteggiamento è forse ancora da limare, ma per il resto animi, ricerca e aziende sembrano pronti a entrare a pieno titolo nell’era dell’economia circolare.

A Claudia Brunori, che in Enea segue le tematiche degli scarti alimentari come responsabile del Dipartimento Sostenibilità dei Sistemi Produttivi e Territoriali, abbiamo chiesto che cosa blocca ancora la strada a una piena coscienza del recupero degli scarti alimentari.

Uno degli ostacoli maggiori al riutilizzo degli scarti alimentari – risponde l’esperta responsabile divisione uso efficiente delle risorse e chiusura dei cicli – sta nella capacità di effettuare una gestione del fine vita sostenibile ed efficace, che sia in grado di ridurre i costi del successivo trattamento e che consenta di evitare dannosi e antieconomici effetti di diluizione dei materiali recuperabili con gli scarti non recuperabili.

Molto deve essere fatto a livello di approccio culturale e stili di vita per promuovere il corretto smaltimento e la raccolta differenziata e per incentivare l’uso di materiali riciclati/recuperati.

Il successo di tale cambio di approccio dipende fortemente dalla necessità di produrre prodotti recuperati di qualità, per i quali sia garantita la composizione e la tracciabilità della filiera da cui provengono.

Si riesce a dare un valore di mercato o comunque una grandezza a questo comparto economico?

Il caso particolare della valorizzazione della frazione organica tramite produzione di compost ha sicuramente un grande potenziale economico.

Il valore del mercato del compost può essere quantificato sia in termini di risparmio nelle spese di smaltimento della frazione organica (si stima che ogni tonnellata di frazione organica che finisce in discarica abbia un costo di circa 200 euro per la comunità, che corrisponde a circa il 50% delle spese totali sostenute per la gestione dei rifiuti), sia in termini di guadagno potenziale derivante dalla commercializzazione del compost (circa 20€/ton per prodotti grossolani, circa 3€ per Kg per prodotti commerciali venduti al minuto).

Considerando che mediamente si producono circa 120-140 Kg di rifiuto organico procapite annualmente, basta fare due conti per realizzare che la valorizzazione della frazione organica mediante produzione di compost ha il potenziale di ridurre le spese per la gestione rifiuti per circa 1.200 milioni di euro all’anno e nello stesso tempo può generare un mercato di compost (il peso del compost prodotto è circa il 25-30% del peso della frazione organica originaria) con un fatturato potenziale di circa 20-40 milioni di euro per il prodotto meno raffinato fino a 3.000 milioni di euro per il prodotto più commerciale venduto al minuto (quei sacchetti che troviamo anche spesso in supermercato).

Senza contare il beneficio che si avrebbe dal punto di vista ambientale, visto che il compost consente di restituire al territorio le risorse organiche (e soprattutto il carbonio) di cui viene giornalmente deprivato e rappresenta un modo per controllare il ciclo di vita del carbonio evitando che dalla terra passi in atmosfera, impattando positivamente anche sui cambiamenti climatici.

Infine, altro beneficio non quantificabile consiste nella maggiore riciclabilità dei rifiuti non organici che non verrebbero in contatto con i rifiuti organici nella raccolta indifferenziata.

E in termini di anni quanto manca perché questa economia circolare diventi di uso quotidiano? Insomma che non se ne parli più come modello futuro ma dato di fatto?

La transizione verso l’economia circolare purtroppo non è né una moda, né una opzione: è inevitabilmente una necessità, per motivi ambientali, economici e strategici.

Di fatto molto è già presente sul nostro territorio, ma molto altro deve essere fatto. Dal punto di vista tecnologico siamo già abbastanza pronti, ma affinché la transizione verso l’economia circolare sia davvero efficace occorre un investimento per l’implementazione di soluzioni di ecoinnovazione di sistema con una vera e propria rivoluzione che includa tutti i componenti della catena di valore dei prodotti (dai produttori, ai distributori, ai consumatori, ai gestori del fine vita) e che incida profondamente anche e soprattutto sui nostri stili di vita.

Fondamentale è il ruolo degli educatori e delle istituzioni che possono mettere in campo misure che agevolino il profondo cambio di passo necessario per la nostra civiltà.

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