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Per Federcanapa, la canapa è molto più che marijuana

pubblicato il: - ultima modifica: 17 Novembre 2017
federcanapa

Mancano pochi giorni all’apertura del Salone della Canapa di Milano (17/19 novembre).

Il fermento tra gli operatori non manca. E siamo sicuri che anche il pubblico milanese non mancherà.

Lo stesso che a volte strabuzza gli occhi di fronte al tema. Troppo spesso ancora canapa fa rima con marijuana. Anche se non è così.

Dietro alla canapa ci sono saperi agricoli, industriali e molte applicazioni in tutti i settori produttivi: tessile e design, alimentare, bioedilizia…

Purtroppo questa coltura fatica a liberarsi dal pregiudizio canapa=droga che purtroppo perdura anche nelle alte sfere ministeriali – ammette Beppe Croce, presidente di FederCanapa – impendendo di ottenere pieno riconoscimento normativo (vedi il caso infiorescenze).

Anche per superare questo stallo è nata Federcanapa con l’obiettivo di dare voce alla ricchezza di iniziative sui territori, e anche di fornire orientamenti, conoscenze, servizi.

Per questo al presidente abbiamo rivolto alcune domande a cominciare dall’obiettivo della federazione che in tema ha le idee chiare: “dovrebbe essere lecito usare qualsiasi parte della pianta – semi, paglie, infiorescenze – e produrre qualsiasi bene industriale o artigianale, purché si usino varietà ammesse nel catalogo europeo. Il compito dello Stato è semmai di regolamentare i limiti di THC nei vari derivati dal seme e delle infiorescenze“.

Quindi come vi siete organizzati?

L’idea è nata dalla constatazione di un proliferare di iniziative e gruppi sulla canapa in ogni regione italiana, segno di una forte vitalità e ripresa di interesse per questa coltura, ma anche di un’eccessiva frammentazione.

Ogni nuova filiera industriale ha bisogno di rappresentanza per aprire la strada al riconoscimento normativo, fare adeguare norme, procedure, incentivi alle necessità della filiera. E in più la canapa fatica a liberarsi dal pregiudizio canapa=droga che purtroppo perdura anche nelle alte sfere ministeriali e impedisce di ottenere pieno riconoscimento normativo (vedi il caso infiorescenze).

Federcanapa ha l’obiettivo di dare voce a questa ricchezza di iniziative sui territori, e anche di fornire orientamenti, conoscenze, servizi. Ma è nata soprattutto per rappresentare chi produce o utilizza canapa coltivata in Italia.

Perché la canapa fortunatamente riprende in tutto il mondo e noi corriamo il rischio paradossale di avere un quadro normativo nazionale che penalizza le nostre filiere rispetto a prodotti di importazione non sottoposti agli stessi obblighi. Questo vale per le infiorescenze, ma vale anche per l’olio di semi, sottoposto in Italia a una legge demenziale del 1968.

Chi sono i vostri associati?

Federcanapa è costituita principalmente da coltivatori e da primi trasformatori di canapa. E poi abbiamo tecnici ed esperti accademici, associazioni locali e associazioni nazionali della green economy, come per esempio Kyoto Club, Itabia, Chimica Verde.

Qual è secondo la vostra opinione la situazione italiana rispetto a questo comparto?

Abbiamo grandi potenzialità e idee innovative. È un comparto giovane, fatto da giovani, ma che si lega a una tradizione straordinaria del nostro Paese.

Ma abbiamo anche parecchi problemi da risolvere: prima di tutto la riproduzione delle nostre varietà di sementi che sono ancora in quantità irrisorie, anche per colpa di chi non ha fatto il suo dovere di riproduttore in tutti questi anni.

Praticamente rischiamo di non avere seme italiano nel 2018 e di doversi affidare ai soliti francesi o alle varietà dell’Est Europa. Secondo, abbiamo ancora problemi di meccanizzazione della raccolta di semi e bacchette.

Terzo, abbiamo una carenza enorme di impianti di prima trasformazione. Nel 2017 c’è ancora un’unica azienda italiana che fa contratti di ritiro delle paglie agli agricoltori, ed è la Southemp di Crispiano, nel tarantino.

Quali sono le leve su cui puntare?

È chiaro dall’elenco di problemi che ho indicato:

  1. accelerare la riproduzione delle varietà italiane, sia tradizionali che innovative. Chiediamo a chi detiene le sementi, ossia al CREA, di affidare la riproduzione di queste sementi a un gruppo di aziende, senza concedere esclusive a singoli riproduttori che poi si trovano in posizione di monopolio per 15 anni anche senza far nulla
  2. una normativa chiara sulle possibilità di impiego di tutte le parti della pianta con regolamenti adeguati alle caratteristiche delle nostre varietà, tendenzialmente con un tenore di Thc più elevato di quelle del Nord Europa
  3. puntare a investimenti nella ricerca e sviluppo sulla genetica varietale e sulla meccanizzazione
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