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Oceano, polmone blu per l’Unesco

città: Milano - pubblicato il:
oceano polmone blu

Nonostante l’oceano ricopra il 70% del nostro pianeta è ancora largamente inesplorato. Ne conosciamo appena il 5%, racconta Francesca Santoro, responsabile di Ocean Literacy all’interno della Commissione Oceanografica Intergovernativa dell’Unesco.

Ma questo basta e avanza perché il polmone blu venga studiato e osservato da vicino. La ricerca scientifica marina è costosa e complicata, riprende la Santoro, dunque la cooperazione internazionale è fondamentale.

La stessa cooperazione che deve agire per intervenire sull’inquinamento dei mari. Che tocca tutti. E dipende da tutti. I dati a questo proposito sono – come più volte ci è capitato di scrivere – allarmanti.

I più attendibili, o meglio quelli secondo cui la stessa Santoro, fotografano in maniera più realistica la situazione sono quelli pubblicati dalle delle Nazioni Unite sullo Stato dell’Oceano.

Il World Ocean Assessment analizza soprattutto gli impatti, anche quelli cumulativi, delle attività umane sull’oceano. Tale rapporto, stilato da un gruppo di esperti nominati dagli stati membri delle Nazioni Unite, è regolarmente aggiornato.

Intanto, è ormai chiaro che gli stessi cambiamenti climatici stanno intervenendo sull’inquinamento dei mari.

L’oceano sta assorbendo una quantità di biossido di carbonio (CO2) senza precedenti” sostiene la stessa Santoroche si traduce in un aumento della sua acidità e in un aumento del rischio di estinzione di molte specie marine, in particolare di quelle contenenti carbonato di calcio: il corallo, i molluschi, i crostacei e il fitoplancton.

L’acidificazione degli oceani è stata storicamente associata a ciascuna delle cinque maggiori estinzioni verificatesi sulla terra. Al momento il tasso di acidificazione è 100 volte più rapido rispetto a quanto avvenuto nell’arco degli ultimi 55 milioni di anni e le specie animali e vegetali potrebbero non riuscire ad adattarsi abbastanza velocemente“.

Inoltre l’oceano assorbe il calore presente nell’atmosfera.

Le indagini” riprende l’esperta “mostrano che il surriscaldamento degli oceani ha colpito aree situate ben al di sotto della superficie oceanica nel corso degli ultimi decenni. Il surriscaldamento degli oceani ha forti conseguenze sulla vita marina e mette la biodiversità ancora più a rischio.

L’aumento della temperatura dell’oceano accelera inoltre il metabolismo degli organismi e innalza la loro richiesta di ossigeno, che, a sua volta, riduce la sua concentrazione in acqua, rendendo alcune parti dell’oceano totalmente inadatte alla vita marina. Si formano quindi delle cosiddette zone morte, in cui per gli organismi aerobici è impossibile sopravvivere. Zone morte si trovano nei mari europei parzialmente chiusi, quali il Mar Baltico e il Mar Nero“.

Nel breve periodo è necessario cambiare i nostri comportamenti nel quotidiano, usare meno plastica usa e getta, ridurre il consumo di energia così come prediligere il trasporto pubblico.

Sono queste le azioni sintetizzate dalla Santoro che continua: “è necessario inoltre creare dei partenariati tra pubblico e privato in modo che si possano promuovere, per esempio attraverso degli incentivi, a sistemi di produzione meno inquinanti. Le nuove tecnologie sono in questo caso fondamentali perché possono offrire soluzioni innovative e spesso anche creare nuovi posti di lavoro.

È importante puntare sull’economia blu che ha un potenziale di crescita reale. Nel solo settore dell’energia eolica offshore sono attualmente impiegate 58.000 persone, che producono l’1% della nostra energia elettrica in Europa. Entro il 2020, queste cifre saliranno a quasi 200.000 dipendenti e a oltre il 30% del nostro fabbisogno energetico“.

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