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La polpa del faggio si fa vestito: ecco cos’è la moda sostenibile

città: Milano - pubblicato il:
Natasha Calandrino Van Kleef - moda sostenibile

Natasha Calandrino Van Kleef, architetto prestato alla moda, è tra i firmatari del manifesto della slow fashion – moda sostenibile e lenta – ed è recentemente intervenuta al convegno Green Fashion: materiali e impatto ambientale, tenutosi a gennaio alla Fondazione Ferrè.

Green Planner aveva già parlato delle attività sostenibili della fashion manager in occasione del lancio di Leafdress.

Ma l’impegno verso una moda sostenibile di Natasha Calandrino Van Kleef è molto più articolata… per questo motivo riceviamo e pubblichiamo una sua lettera aperta sull’argomento…

Moda sostenibile: la polpa del faggio si fa vestito

Oltre a respirare e mangiare c’è un’altra funzione della nostra vita quotidiana dalla quale non possiamo fare a meno che non gode però di altrettanta attenzione: vestirci.

Eppure le insidie nascoste in ciò che indossiamo ogni giorno, dall’intimo all’impermeabile, purtroppo non sono inferiori al pericolo di “intossicarci” un po’ alla volta che corriamo quando attraversiamo una città o quando ci sediamo a tavola per la cena.

Negli abiti si nasconde infatti una subdola minaccia spesso sottovalutata rappresentata da elementi chimici dai nomi complicati: ftalati, formaldeide, metalli pesanti, solventi, coloranti tossici.

Non è un caso che il Rapex, il sistema europeo di allerta rapido per i prodotti non alimentari, metta al primo posto della classifica per sostanze chimiche a rischio proprio vestiti e capi di moda e che il 7-8% delle patologie dermatologiche, stando ai risultati di uno studio commissionato dalla Commissione Ue (Chemical substances in textile products and allergic reactions) siano dovute ai vestiti che indossiamo.

Secondo dati elaborati da Altroconsumo, l’industria tessile è la seconda più inquinante al mondo, dopo quella che impiega fonti fossili per produrre energia e ricorre ad oltre duemila sostanze chimiche, molte delle quali dannose non solo per la salute ma anche per l’ambiente.

Greenpeace dal canto suo ha testato 40 prodotti di abbigliamento e attrezzature oudoor (giacche, scarpe, tende, zaini, spacchi a pelo e persino corde), acquistati in 19 Paesi, trovando tracce di Pfc (PoliFluoroCarburi), nel 90% degli articoli.

Si tratta di sostanze usate per impermeabilizzare che si degradano con molta difficoltà, rimangono nell’ambiente per centinaia di anni e sono dannose per la salute. Sfatare i luoghi comuni tra buone fibre naturali e cattive fibre sintetiche è il primo passo per comprendere se indossiamo capi salutari, infatti non tutto ciò che è naturale è buono (provate a mangiare un piatto di cicuta e ve ne accorgerete), mentre molti prodotti artificiali sono estremamente salutari (se mangiate un mandarancio al giorno ne noterete i benefici).

Il mio brand NVK Daydoll utilizza esclusivamente Modal che è una derivato dalla polpa di faggio prodotto da un’azienda austriaca secondo un processo denominato tecnologia Edelweiss (dal nome del fiore che cresce spontaneamente), che rappresenta un processo di produzione “simbiotica” dove la polpa del faggio – che rappresenta la materia grezza – viene prodotta sullo stesso luogo della stessa fibra di Modal, risparmiando così sull’energia utilizzata e altre risorse.

Le piante di faggio crescono e si riproducono per “ringiovanimento”, nel senso che si propagano da sole, senza interventi esterni. Non sono necessari nè irrigazione nè piantumazione. Le foreste di faggio sono quindi una fonte completamente sostenibile e autonomo di materiale grezzo. L’intero processo produttivo del Modal è talmente innovativo e pulito da rendere possibile il posizionamento della fabbrica di produzione nel mezzo di una zona turistica.

Secondo gli ultimi studi universitari dell’Università di Utrecht (Istituto Copernicus per lo sviluppo sostenibile), rispetto ai metodi convenzionali, il Modal che utilizzo per la mia collezione consuma il 50% di energia in meno, emette il 60% in meno di gas serra, utilizzo solo il 50% di acqua complessiva (circa un decimo del cotone!) e l’intero ciclo di vita ha dal 40 al 60% minor impatto secondo il metodo CML 2001, il metodo di valutazione dell’impatto sull’ambiente sviluppato dall’Università di Scienze Ambientali di Leiden.

Scegliere la materia prima con alti parametri di sostenibilità è solo il primo passo, perché è necessario.

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