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Le biotecnologie ambientali valorizzano ambiente e lavoro

città: Milano - pubblicato il:
biotecnologie ambientali

Le biotecnologie sono il futuro: questo è stato il punto di partenza e di arrivo del convegno Coltivare le biotecnologie ambientali organizzato da Edizioni Green Planner il 21 febbraio nell’ambito della fiera MyPlant & Garden e replicato il giorno successivo presso il Cnr di Milano nell’ambito del progetto Green Jobs di Fondazione Cariplo.

L’incontro, moderato da M.Cristina Ceresa, direttore di Green Planner, ha evidenziato attraverso gli interventi dei partecipanti l’importanza crescente del settore delle biotecnologie ambientali nel nostro Paese e in Europa.

Un ambito che senza dubbio offrirà molte opportunità di sviluppo per la ricerca e per le professioni valorizzando creatività, ingegno e capacità. I dati parlano chiaro: il potenziale produttivo è quasi l’8% del valore totale della produzione nazionale (Intesa San Paolo, Assobiotec, 2015).

Inoltre, è stato stimato che per ogni euro investito in ricerca e sviluppo nella bioeconomia, la ricaduta in valore aggiunto possa essere pari a 10 euro entro il 2025 (Commissione europea, 2013).

Dal punto di vista delle assunzioni si parla, infine, 1,7 milioni di persone impegnate su questo fronte. Su scala europea, invece, la bioeconomia vale intorno ai 2,2 trilioni di euro per 19 milioni di posti di lavoro. Numeri destinati a crescere in futuro, visto che l’Unione Europea ha da tempo posto la bioeconomia al centro del proprio modello di crescita sostenibile (fonte: Assobiotech).

Gli interventi del convegno sulle biotecnologie ambientali

biotecnologie ambientaliDavide Ederle dell’Anbi (Associazione biotecnologi italiani) e il collega Maurizio Bettiga hanno illustrato i dati di mercato e le prospettive di questa disciplina che ha ormai una storia consolidata in Italia e che oggi è giunta a un cambio di paradigma.

La chimica, infatti, da qui ai prossimi decenni deve fare i conti con diversi problemi ambientali e sociali ed è necessario creare una filiera a partire dalla formazione fino all’industria.

Dalle origini a oggi le biotecnologie ambientali sono state impiegate soprattutto per risanare i siti inquinati ma attualmente assumono ulteriori impegni che riguardano in particolare la trasformazione dei rifiuti in nuove risorse. Si assiste dunque al passaggio concreto dell’economia da lineare a circolare.

I rifiuti rientrano in circolo per dare vita a materiali e prodotti dall’elevato valore aggiunto. Ancora oggi utilizziamo prodotti come per esempio l’elettronica di consumo con tempi di vita breve e complessivamente il riciclo di diversi materiali raggiunge solo la soglia del 10%.

La buona notizia è che questo trend può sicuramente migliorare grazie alle tecnologie già esistenti e a quelle in fase di studio per sviluppare una bioeconomia che consenta di sostituire le fonti fossili limitando l’impatto sull’ambiente e sui cambiamenti climatici.

Molti sono gli studi sulla trasformazione degli scarti dalla carta, dall’industria agro-alimentare, dal legno e da vari vegetali come il cardo o la paglia su cui si coltivano i funghi e addirittura su come trasformare la CO2 in materia utile.

Un bel giro di affari quello della bioeconomia in Italia” spiega Ederle riprendendo i dati del Cluster Spring/Assobiotec “251 miliardi (12% del giro di affari in Europa) mentre i prodotti biobased hanno già raggiunto i 64 miliardi di euro“.

Esiste però ancora un gap fra il mondo della ricerca e il mondo del lavoro come ha spiegato anche Lanfranco Masotti docente universitario e presidente del Consorzio Italbiotec. I primi corsi di laurea in biotecnologia sono stati istituiti in Italia nel 1994 e oggi sono ben 79 le università italiane che propongono questi corsi di laurea.

Il problema però è che molti corsi si fermano alla teoria sviluppando poco la pratica in laboratorio e la capacità di dialogo con il mondo dell’industria. Lo sa bene Novamont che non si è fatta intimidire da nessuno e procede a passi elevati verso lo sviluppo di nuove biotecnologie. Ne è un esempio la produzione di BioButandiolo che avviene nella bioraffineria di Adria (RO).

Si tratta di un sito industriale dismesso che abbiamo acquisito nel 2012” spiega Davide Perini, responsabile ricerca di Novamont “qui ora produciamo 1,4 Bdo (Biobutandiolo) direttamente da zuccheri attraverso processi fermentativi e in questo modo dimostriamo che si può evitare di fare ricorso alle fonti fossili. Con il Bdo si va a rispondere alle esigenze dell’industria chimica, tessile, automotive, elettronica e produzione di beni di consumo“.

Una ricerca in stadio avanzato sul riciclo degli scarti agro-alimentari è quella dell’Università di Pisa, illustrata da Annamaria Ranieri che sta portando a termine alcuni studi sul riciclo degli scarti alimentari per migliorare la qualità e i tempi di conservazione di frutta e verdura.

Biotecnologie ambientali, il futuro del’industria

Dal chitosano che si ottiene dal carapace dei crostacei (o anche dagli scarti del maiale) si può ottenere una pellicola trasparente commestibile (edible coating) per rivestire frutta e verdura aumentandone la qualità e la conservazione, limitando la contaminazione batterica e veicolando composti bioattivi nel frutto che ne migliorano anche il valore nutrizionale.

Questa ricerca sta sperimentando anche l’utilizzo del collagene scartato dall’industria farmaceutica e potrebbe sostituire l’uso degli antibiotici anche nella conservazione delle forme di formaggio.

C’è chi invece ha puntato l’attenzione sulla canapa, una pianta storicamente molto presente in Italia come ha spiegato Nicoletta Ravasio del Cnr e dalle molte risorse. La coltivazione della canapa non necessita di erbicidi e ha la capacità di bonificare i terreni.

Dalla canapa si ricavano fibre tessili di pregio e resistenza utilizzate nell’abbigliamento nel settore edile, nel packaging e un olio ricco di proprietà come l’Omega 3 e 6 e proteine, utilizzato anche in cosmesi e nelle attività di restauro del legno.

Inoltre l’olio può essere un componente delle bioplastiche e delle resine acriliche. Fra le varie applicazioni, oltre a quelle già citate, si potrà utilizzare per le attrezzature sportive come per esempio le tavole da surf o da snowboard che nella lavorazione producono molta CO2 essendo costituite da vari strati di plastica e fibra di vetro sostituibili con resine e fibre vegetali derivate proprio dalla canapa.

La ricerca quindi fa passi da giganti e ha per forza bisogno di nuove leve. Ma anche finanziamenti. Bisogna quindi puntare a una formazione sempre più approfondita degli studenti e alla reperibilità di fondi per la ricerca. Ed è quello che un consorzio come Italbiotec fa da vent’anni.

Bianca Colombo ha illustrato gli studi che sta svolgendo da circa tre anni con il suo professore Fabrizio Adani dell’Università degli Studi di Milano sul riciclo dei rifiuti solidi urbani e degli scarti dell’industria lattiero-casearia che hanno portato alla realizzazione insieme alla startup Agromatrici (business unit della holding Evergreen Italia, dei progetti PHA Star, Cowboy e Rainbow grazie ai fondi di Fondazione Cariplo e Regione Lombardia.

La richiesta di plastica nel mondo è in continua crescita, diventa così urgente trovare sostituti a questo materiale altamente inquinante che sta devastando l’ambiente.

Parallelamente aumenta anche la raccolta della plastica che però in gran parte viene ancora termovalorizzata. Nasce quindi l’esigenza di trovare nuove soluzioni per creare bioplastica come i PHA, polimeri di origine microbica biocompatibili con i quali si producono imballaggi, dispositivi medici e i teli per la pacciamatura usati in agricoltura. I costi sono però ancora più elevati rispetto alla plastica (2,5 euro al chilo contro circa 1 euro della plastica tradizionale).

Il PHA è uno dei materiali derivati dagli scarti che sta utilizzando Agromatici, azienda della Lomellina (PV), business unit di EverGreen Italia, azienda che ha sempre valorizzato gli scarti, che in collaborazione con il progetto dell’Università degli Studi di Milano sta sviluppando prodotti di design.

Elena Casaletta nel team di Agromatici ha testimoniato la chiusura del cerchio in tema di circular economy, spiegando l’applicazione di questi materiali nella produzione. I rifiuti urbani nella bio-raffineria diventano plastiche biodegradabili e compostabili con un adeguato trattamento a fine vita, l’unica strada per ridurre il consumo di plastica nel mondo entro il 2021.

In chiusura Ilaria Re, responsabile marketing e di comunicazione di Italbiotec ha sintetizzato lo stato dell’arte del settore delle biotecnologie. In vent’anni sono stati realizzati oltre 100 progetti in Italia ed è necessario incentivare la ricerca e collegarla al mondo dell’industria. Servono un’alta formazione e un’attività accurata di marketing e comunicazione scientifica.

I biomateriali sono ormai indispensabili per la nuova economia considerando i numerosi settori di applicazione. L’Unione Europea è al primo posto nella ricerca ma il 50% della produzione avviene in Asia.

Il Consorzio Italbiotec mette in rete i ricercatori e i progetti per cercare fondi e arrivare alle industrie. Una figura professionale sempre più fondamentale sarà quella che si occupa di marketing e di ricerca fondi, un ponte fra ricerca, progettazione e produzione.

Le biotecnologie ambientali al servizio della moda

Al termine dei due convegni sono stati estratti a sorte due paia di occhiali da sole eco-friendly di neubau eyewear realizzati in naturalPX un polimero biodegradabile derivato dai semi delle piante di ricino; un bell’esempio di ricerca su materiali biologici applicata allo stile e al design.

Insomma l’economia circolare diventa parte attiva di tutti noi. Tutti i giorni. Tanto che la indossiamo anche.

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