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Il caffè è sempre più bevuto e… riusato

città: Milano - pubblicato il:
silverskin - riuso pellicina caffé

La sempre più raffinata industria del caffè attira non solo consumatori (vedi le file da Starbucks che ha appena aperto a Milano), ma anche progetti di riuso degli scarti.

Stiamo parlando di una materia prima che è tanta: nel 2017 a livello mondiale si sono consumate 9,5 milioni di tonnellate di caffè (fonte: International Coffee Organization), di cui mezzo milione trasformate, ovvero tostate, nel nostro Paese (fonte: Comitato Italiano del Caffè).

E se fino a oggi ci si era concentrati sul recupero dei fondi del caffè, un nuovo progetto punta a rendere sostenibile proprio la tostatura. È in questa fase infatti che il chicco di caffè rilascia una pellicina, chiamata Silverskin, che fino a oggi era da considerarsi un rifiuto pure costoso da smaltire, per una quantità stimata tra le 100 e le 200mila tonnellate l’anno: il dato è deducibile dal fatto che la pellicina pesa circa l’1-2% del chicco.

Ed è proprio qui che agisce il progetto Circo (Circular Coffee) finanziato da Fondazione Cariplo e InnovHub SSI e frutto di una sinergia tra enti di ricerca, Cnr/Istm; il dipartimento di scienze e politiche ambientali dell’Università di Milano, l’Eurac di Bolzano e un paio di realtà industriali.

I soggetti si danno tempo un anno anche per cercare la chiusa di questa filiera: ovvero una realtà che possa trasformare, una volta verificati i presupposti scientifici, ed estrarre dal Silverskin cellulosa e acidi grassi da usare principalmente nell’industria cartaria (ecco la partecipazione di Favini) e cosmetica (Intercos sta seguendo con attenzione il progetto) ma anche nel settore della nutraceutica.

Il progetto si basa sul contributo dato da diversi gruppi di lavoro: le molecole utili infatti devono essere estratte dalla Silverskin, funzionalizzate – modificate in modo che svolgano una certa funzione – e infine testate e utilizzate.

Al kick off del progetto, tenutosi a metà settembre a Milano e organizzato dalla Lombardy Green Chemistry Association, proprio Nicoletta Ravasio, principal investigator di CirCo per il Cnr, sottolinea che l’esigenza di trasformare quelli che diventerebbero rifiuti in nuova materia prima ha spinto a “identificare le famiglie chimiche presenti negli scarti e progettare un percorso di valorizzazione senza stravolgerne la struttura“.

silverskin - riuso pellicina caffé

La Ravasio fa notare che, secondo la Green Chemistry Centre of Excellence (Univesity of York), “in Europa ogni anno vengono generate 34 milioni di tonnellate di scarti solo nei processi di trasformazione del cibo” e, aggiunge, “se si considerassero tali scarti come un paese a sé stante, quest’ultimo sarebbe terzo al mondo per emissioni di gas serra“, la cui concentrazione in atmosfera, come sappiamo bene, sta causando un riscaldamento globale.

La stessa industria del caffè si sta trovando a fronteggiare gli effetti del cambiamento climatico sulle piantagioni, come spiega Veronica Rossi di Lavazza, in parallelo con la complessità della filiera, che spesso ha alla base coltivazioni a conduzione familiare con una gestione non ottimizzata, e con l’aumento della domanda (+2,0%) a un ritmo maggiore di quello di produzione (fonte: International Coffee Organization).

Dato il contesto, verrebbe da chiedersi se esista quindi un modo per calcolare l’impatto ambientale del ciclo di vita dei composti ottenuti, per vedere se sia più alto o più basso dei metodi tradizionali o di potenziali utilizzi alternativi della Silverskin – come potrebbero essere il compostaggio, il biogas o la produzione di fibre tessili.

Esiste, e il progetto infatti prevede anche uno studio di Life Cycle Assessment – valutazione degli impatti ambientali lungo tutto il ciclo di vita del prodotto – che il centro Eurac Research di Bolzano metterà in atto per rispondere a questa domanda.

Intanto, il primo step procede e Rita Nasti, ricercatrice dell’Università Statale di Milano che si sta occupando di ricavare gli acidi grassi dalla Silverskin, è molto fiduciosa quando commenta i risultati appena ottenuti: “siamo ottimisti, i dati preliminari degli esperimenti di estrazione sono positivi“.

Ovviamente, l’entusiasmo è essenziale per portare avanti il progetto, ma non basta. Come spiegato sia da Intercos sia da Favini, anche la nuova attitudine dei consumatori nei confronti della provenienza dei prodotti è un punto focale.

Claudio Pirovano, che in Intercos si occupa di R&D, sottolinea come vi sia una “domanda sempre crescente di ingredienti naturali o sostenibili“, e anche Favini, prima di lanciare la linea di carta Crush, in cui fino al 25% dell’impasto cellulosico proviene da residui della filiera alimentare, ha aspettato che il mercato fosse pronto.

Ora non rimane che vedere quali saranno i prossimi traguardi raggiunti dal progetto. L’importante è che alla fine tra gli usi delle pellicine del caffè non si ipotizzi anche a quello di fumarsele, visto che tale idea era già stata brevettata nel 1974 dalla Philip Morris. Senza, comunque, particolare successo.

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