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Diario: io c’ero alla Summer school Towards a bio-based economy organizzata in Bicocca

città: Milano - pubblicato il:
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Qual è la sfida maggiore della bio-based economy? Durante la Summer School Towards a bio-based economy: science, innovation, economics, education, organizzata nella prima settimana di settembre in Bicocca, la risposta è emersa con forza: non sono i trasporti o l’energia, ma la produzione di materiali da materia organica fresca (legname, scarti, sottoprodotti agricoli…).

Qui sta il futuro. I ragazzi, io compreso, che partecipano al corso (27 da 14 nazioni diverse tutti già avvezzi al tema) si preparano a un futuro dove c’è veramente bisogno di ricollocare e lavorare gli scarti. La modalità di lavoro prevede una parte teorica, ma anche un forte coinvolgimento dei team organizzati per l’occasione.

Appesi nei corridoi anche i poster dei partecipanti alla Summer School Towards a bio-based economy con i loro studi e le loro ricerche accademiche, e ciò permette di far rete subito. Un networking che emergerà con forza nei progetti che saranno presentati a fine settimana.

Towards a bio-based economy: i temi dell’incontro

Maurizio Bettiga, della Chalmers University of Technology, introduce subito il tema dell’economia basata sul carbonio, che affrontiamo solitamente con le risorse fossili sia in termini di produzione energetica che di trasporti che di produzione di materiali.

Il docente elenca velocemente alcuni processi industriali della bio-based economy (pirolisi, combustione, gassificazione, idrolisi, fermentazione), capaci di produrre un gran numero di sostanze che possono essere usate come materie prime per l’industria chimica.

Paola Branduardi, UniMib, parla dei microrganismi e della loro capacità di convertire praticamente qualsiasi materia organica grazie agli enzimi di cui dispongono ma anche di fissare carbonio gassoso, azoto, di mineralizzare composti organici.

Spiega il bioprospecting, una sorta di ricognizione dei processi presenti in natura, dei microrganismi, per sviluppare nuovi processi industriali.

I relatori della settimana sono tanti. I ragazzi sembrano apprezzare la multidisciplinarietà. E infatti si affronta anche l’aspetto giurisprundenziale, quello sociologico e anche quello psicologico.

Perché il biotecnologo necessita competenze complete, incluse quelle economiche, introdotte in ottica di sostenibilità dalla lezione di Elena Manzoni (UNIMIB), su economia di mercato e sostenibilità.

Le sessioni si alternano, così, tra nozioni molto tecniche a filosofiche e di CSR. La seconda giornata, in particolare, ha visto concentrarsi su temi legati alla microbiologia e, grazie alla lezione tenuta da Matty Janssen, della Chalmers University of Technology al life cycle assessment: che dà modo di calcolare tutti gli impatti che hanno i prodotti dalla produzione allo smaltimento.

In particolare si parla anche di cost assessment e di social cycle assessment, integrando economia, ambiente e società, sottolineando la difficoltà di questo tipo di integrazioni.

Inoltre, Anna Pellizzone della Fondazione Giannino Bassetti si è concentrata sull’innovazione responsabile, circolazione libera dei dati, responsabilità sociale della scienza che ha davanti a sé grandi sfide (questioni demografiche, di salute, sicurezza, di approvvigionamento di energia, trasporti, climate action). Anche questa è biotecnologia.

Intanto, già i gruppi di lavoro si sono organizzati. E nascono i primi progetti su cui lavorare. Venerdì, ogni gruppo presenterà la propria idea di progetto. E la redazione di Green Planner sceglierà quello più significativo.

Quindi in cattedra sale Monica Delsignore, docente di diritto amministrativo e ambientale di Milano Bicocca. Innanzitutto, parla delle teorie su cui si basa la disciplina giurisprudenziale: ciò che la legge deve riuscire a fare è nudge, ossia spingere delicatamente i cittadini a cambiare atteggiamento nei confronti di un certo tema, come quello ambientale; al contempo i temi sono dettati da questioni emergenti dalla società, il che rende il diritto una vera e propria scienza sociale.

Partendo dalle basi l’accento è caduto sulla complessità del diritto ambientale, così come la sua trasversalità. Per orientare efficacemente il proprio business è senz’altro essenziale conoscere il funzionamento delle leggi e degli organi legislativi, a partire dai trattati internazionali ed europei fino ad arrivare alle singole norme locali, tenendo conto di principi che comandano le relazioni fra questi (principio di sussidiarietà).

La seconda parte è stata più legata alla legislatura concernente la produzione e i rifiuti, per i quali si è vista l’attuale difficoltà in termini normativi: se alla produzione di rifiuti è collegata una spesa, cosa accade nel momento in cui un’economia circolare li rende non più rifiuti bensì materia prima? Sentenze e nuove leggi stanno costruendo la strada di questa nuova concezione dei momenti produttivi.

Altro intervento è stato quello di Maria Pisano e Erika Andriola, COO e CTO di Bioinnotech, startup nata dalla collaborazione delle due biotecnologhe (assieme a Rosita Pavone, anch’essa biotecnologa) e dall’interesse per il proprio territorio: dalle molte aziende casearie pugliesi Bioinnotech raccoglie un rifiuto di poco valore, il siero, per produrre lievito e proteine del siero, i quali sono prodotti dall’elevato valore aggiunto e dai moltissimi utilizzi possibili. Una start up che ha già raccolto innumerevoli riconoscimenti e che ha saputo darsi una struttura di marketing vincente e di cui Green Planner aveva già avuto modo di parlare.

Il quarto giorno, la Summer School Towards a bio-based economy visita alla bioraffineria dell’azienda Sabio fuels già Pfo Biofuels), azienda che appartiene ad Apg (Augusto Parodi Group).

Qui si produce double counting biodiesel, ossia biodiesel da materiali di scarto (diversamente dal single counting che usa olii provenienti da piantagioni create appositamente – solitamente olio di palma). Da sego animale e olio di frittura la bioraffineria produce biodiesel dando lavoro a 15 persone, tra cui operai, chimici e tecnici di laboratorio.

Quando si inizia a parlare di mercato emergono tutte le difficoltà del settore: la facilità di lavorazione e il prezzo basso del petrolio rendono il biodiesel non così competitivo, tanto che la bioraffineria si propone di coprire una nicchia che le grandi industrie non hanno interesse di coprire. La questione, oltre a quella degli incentivi alle fonti fossili, ovviamente è: siamo disposti a pagare in più per senso di responsabilità?

E ancora: come riuscire a certificare la sostenibilità del proprio prodotto in un mercato di prodotti la simulano a tutti gli effetti? Vi è la chiara necessità di creare un sistema di certificazioni sempre più preciso. L’ultimo giorno della Summer School Towards a bio-based economy organizzata dal dipartimento di biotecnologie della Bicocca sotto l’egida di Marina Lotti vede la partecipazione di un esperta di psicologia.

La parola a Simona Sacchi, professoressa associata del dipartimento di Psicologia di Milano Bicocca, su psicologia ambientale e comunicazione. La psicologia permette di descrivere i comportamenti individuali e una lunga letteratura può guidarci nella formulazione di corrette strategie di comunicazione per quanto riguarda i temi ambientali.

L’analisi di due caratteristiche tipiche del comportamento umano sono la base della lezione. Prima di tutto l’essere umano è un animale sociale, per cui tende a imitare i suoi simili, così da non dover continuamente analizzare le situazioni (è una scorciatoia mentale, detta anche euristica, che ci permette di non utilizzare troppe energie mentali): la proiezione di alcuni video di esperimenti psicologici mette in luce come in assenza di allarme dei propri simili, anche un pericolo evidente (come del fumo che entra in una stanza) possa essere ignorato dal singolo.

Questo è evidente per quanto riguarda il tema dei cambiamenti climatici, per cui difficilmente si riesce a vincere la mancanza di attenzione della propria comunità proprio in virtù della nostra tendenza ad omologarci.

Altro importante meccanismo evidenziato è quello della percezione di un pericolo in relazione alla distanza percepita da esso: quando qualcosa è considerato lontano nel tempo, nello spazio o socialmente ecco che difficilmente riusciamo ad allarmarci per esso.

Esiste una distanza sociale che neutralizza il senso di allarme, il lavoro da fare è quindi quello di provare a ridurla tramite alcuni stratagemmi comunicativi quali la moralization (messaggi e immagini che possano toccare direttamente i nostri valori e le nostre emozioni, come la foto di un bambino africano malnutrito o di una tartaruga morta per un sacchetto di plastica).

La giornata termina con la presentazione dei progetti che gli studenti divisi in team hanno ideato sulla base di tutte le nozioni maneggiate durante la settimana (ovviamente fa molto anche l’esperienza e le conoscenze personali). Ma di tutto ciò i lettori di Green Planner troveranno traccia in un altro articolo.

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