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Riflessioni green sulla moda a Milano

città: Milano - pubblicato il:
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Campagna Detox Greenpeace

La Milano Fashion Week appena conclusa ha dato ampio spazio alla moda green e sostenibile con incontri, dibattiti, presentazioni e con la seconda edizione dei Green Carpet Fashion Awards.

Un parterre di celebrità ha partecipato all’evento di domenica 23 settembre allestito alla Scala di Milano con la piazza trasformata in un’enorme voliera con tanto di sottofondo di canto di uccellini.

Durante l’evento, organizzato da Camera Nazionale della Moda Italiana, in collaborazione con Eco-Age fondato da Livia Firth, ideatrice nel 2009 del Green Carpet Challenge, il Ministero dello Sviluppo Economico, ICE e Comune di Milano è stato assegnato, tra gli altri, il premio Franca Sozzani GCC Emerging Designer a Gilberto Calzolari che ha presentato un abito realizzato con i sacchi di yuta del caffè riciclati.

La moda green, etica e sostenibile punta i riflettori su vari aspetti, dalle condizioni dei lavoratori all’utilizzo delle risorse naturali, dalla riduzione delle sostanze tossiche nei materiali e nei cicli produttivi alla ricerca di tecnologie avanzate per la produzione, all’utilizzo degli scarti per creare nuovi tessuti.

Non si tratta di un comparto a sé ma di un approccio al settore tessile pervasivo che ne modifica i parametri nell’ottica di ridurre l’impatto a livello globale.

Moda green: a che punto è Detox?

In occasione delle sfilate di Milano, Greenpeace e il Consorzio Italiano Detox CID hanno fatto il punto sulla campagna Detox lanciata nel 2011 per sensibilizzare le aziende del settore tessile e moda a eliminare dalle filiere produttive le sostanze pericolose per l’uomo e l’ambiente.

Nel 2016 un gruppo di aziende tessili di Prato ha aderito alla campagna impegnandosi a eliminare entro il 2020 tutte le sostanze tossiche dalla loro produzione.

Andrea Cavicchi, Presidente del Consorzio Italiano Implementazione Detox ha dichiarato: “Oggi è un’esigenza adeguare il sistema dell’industria moda affinché garantisca una tutela dell’uomo e dell’ambiente. Durante la settimana della moda appena conclusa è emersa chiaramente la necessità di andare in questa direzione. Grazie alla collaborazione con Greenpeace, siamo riusciti a dimostrare che una moda più pulita è possibile e che bisogna continuare a lavorare in maniera seria ed efficace in questa direzione“.

Nel recentissimo report Destination Zero: seven years of Detoxing the clothing industry Greenpeace ha tracciato un bilancio dei progressi effettuati dalle aziende impegnate nell’eliminazione delle sostanze chimiche pericolose dalle proprie filiere produttive entro il 2020.

Le aziende impegnate in una moda green e toxic free sono 80, di cui 60 italiane. Si tratta di brand di alta moda, abbigliamento sportivo e aziende tessili di varie dimensioni che rappresentano il 15% della produzione mondiale.

Non possiamo che essere estremamente felici di vedere i progressi sia delle aziende italiane aderenti al CID, sia dei risultati della nostra campagna a livello globale. D’altro canto però, c’è un 85% del settore tessile che non sta facendo abbastanza per eliminare le sostanze chimiche pericolose. Questo è inaccettabile. Il sistema Detox si può implementare e funziona. È ora però che anche i decisori politici si impegnino affinché Detox diventi uno standard produttivo a cui attenersi” ha dichiarato Chiara Campione, Head of the Corporate and Consumer Unit, Greenpeace Italia.

Materie prime per tutelare l’ambiente

Sulle materie prime si è focalizzata una ricerca dell’Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) realizzata insieme a Donne in Campo della Confederazione Italiana Agricoltori.

È stata analizzata la produzione eco-compatibile in aree rurali di fibra da fonti naturali e/o di recupero, filati da tessitura artigianale, tintura naturale e confezioni con materiali e metodi compatibili con l’ambiente.

I risultati dello studio sono stati raccolti nel volume Filare, tessere, colorare, creare. Storie di sostenibilità, passione ed eccellenza pubblicato da Ispra.

La filiera produttiva delle materie prime destinate al settore tessile è molto vasta e comprende anche le piante tintorie, antiche varietà di fibre tessili, la lana che in Italia viene scartata e distrutta in grandi quantità in quanto le pecore sono perlopiù allevate per la produzione di latte.

Lo studio di Ispra ha evidenziato l’enorme potenzialità di questa filiera che può essere anche un modo per tutelare l’ambiente, valorizzare il territorio e le tradizioni più antiche attraverso l’impiego delle risorse locali.

Nel 2017 Ispra ha siglato un protocollo d’intesa con l’Università di Córdoba per la tutela del bosco e la produzione di colorazioni sostenibili di fibre e tessuti in Argentina.

Sono tante le iniziative per promuovere una maggiore presa di coscienza da parte di un settore dal forte impatto ambientale e umano. I risultati parlano chiaro: è possibile essere competitivi, creare prodotti esteticamente belli e apprezzati dal consumatore anche riducendo la propria impronta ambientale. Certamente a livello globale la strada è ancora lunga.

È indispensabile orientare i consumatori verso acquisti consapevoli nel rispetto dell’ambiente e dei lavoratori con una maggiore attenzione a etichette, provenienza, riutilizzo e riduzione degli scarti. Acquistare meno ma acquistare meglio. Ci arriveremo?

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