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Fanghi, geotermia e diritto alla riparazione: cosa stoppa l’Italia e cosa no

città: Milano - pubblicato il:
fanghi di depurazione

Stop&go, ma anche go&nonstop: in tema ambientale il simbolo dello yo-yo potrebbe essere preso a prestito. Un po’ su e un po’ giù. Ovviamente, il sarcasmo non rende l’idea, chiamiamolo pure sgomento, immagine di quello che vivono gli operatori del settore.

Così, è difficile prendere serie decisioni di business. Ovvero, non c’è business plan che tenga. In qualche caso però lo stop è positivo. In altri taglia le gambe a qualsiasi attività programmata. In questo articolo riassumiamo le recenti decisioni in tema di fanghi di depurazione in agricoltura, geotermia e diritto alla riparazione.

Stop ai fanghi di depurazione in agricoltura

Piace l’iniziativa di bloccare l’impiego per uso agronomico dei fanghi di depurazione come proporrebbe il decreto Genova (DL N.109/2018). Per il momento, almeno nei 170 comuni Lombardi.

Una risposta che il mondo agricolo stava aspettando“. Così Ettore Prandini, Presidente di Coldiretti Lombardia, commenta lo stop deciso dalla Regione per la campagna 2018/19 all’impiego per uso agronomico dei fanghi di depurazione in 170 comuni del territorio.

Il decreto definitivo con l’elenco dei Comuni – spiega la Coldiretti su dati regionali – riguarderà il 22 percento della superficie agricola utile in Lombardia.

Per tutelare e valorizzare al meglio le eccellenze agricole dei nostri territori” continua Ettore Prandinidobbiamo conoscere la reale natura di ciò che viene utilizzato per rendere fertili i nostri campi. Per questo bisogna incentivare l’utilizzo dei concimi naturali, che consentono di preservare le caratteristiche dei suoli scongiurando l’inaridimento e il rischio idrogeologico“.

Positivo anche l’impegno sulla Direttiva nitrati dell’Assessore regionale Fabio Rolfi” conclude Prandinidi chiedere alla Commissione Europea che il limite allo spandimento venga innalzato oltre l’attuale di 250 kg/ha concesso per le aziende in deroga, consentendo così di utilizzare in modo ancora più efficace la materia organica delle stalle come concime“.

La reazione del Wwf alla norma sull’uso dei fanghi di depurazione

Il Wwf va oltre annunciando che se ci sarà l’approvazione senza modifiche al Senato del testo approvato dalla Camera del Decreto Genova (DL N.109/2018), l’associazione è pronta ad azioni per la difesa del territorio, delle acque della salute e della filiera agroalimentare, messe a rischio sulla norme riguardanti il condono di Ischia (art.25 del decreto) e lo spargimento dei fanghi di depurazione sui nostri campi (art.41).

Proprio rispetto alla norma sull’uso dei fanghi in agricoltura il Wwf sta redigendo una proposta di norma correttiva, che chiederà venga inserita nel primo provvedimento utile che stabilisca limiti e prescrizioni per evitare l’inquinamento dei terreni agricoli, mentre per il condono di Ischia l’associazione è pronta a un esposto alla Procura regionale della Corte dei Conti campana in cui si segnala il rischio di danni ambientali ed erariali.

Per quanto riguarda l’art.41 del Decreto Genova sullo spargimento dei fanghi di depurazione nei campi il Wwf chiede di intervenire subito con una norma correttiva per limitare l’uso in agricoltura dei soli residui provenienti da insediamenti civili, abbassando i limiti dei contaminanti ambientali ammessi, fissando, per esempio il limite, indicato dalla Unione Europea, a 500 mg/kg di sostanza secca per gli idrocarburi pesanti e vietando l’uso in agricoltura di fanghi che contengano sostanze chimiche pericolose e persistenti come diossine, IPA – Idrocarburi Policiclici Aromatici e PCB.

Il Wwf chiederà, inoltre, di fissare prescrizioni chiare relative alle analisi dei terreni precedenti e successive lo spandimento dei fanghi e vietare lo spargimento nei terreni con distanza inferiore ai 500 metri dalle abitazioni.

Infine, per il Wwf è necessario prevedere l’obbligo di lavorazione del suolo entro 12 ore dallo spandimento dei fanghi e vietare l’uso di diserbanti nei terreni dove saranno riversati i fanghi e stabilire l’obbligo di rotazione quinquennale delle colture al fine di incrementare la biodiversità favorendo i processi naturali di autodepurazione del suolo.

Geotermia, sì in Europa ma in Italia è no

La faccenda è questa: a livello di parlamento europeo nel pacchetto Energia pulita per tutti gli europei (che comprende anche le nuove direttive sulle energie rinnovabili e sull’efficientamento energetico) si porta avanti con forza la geotermia.

A Simona Bonafè, eurodeputata del Pd, piace la geotermia: “vogliamo facilitare la diffusione di energia geotermica a basso impatto ambientale, puntando su quella in grado di generare emissioni considerevolmente più basse rispetto ai combustibili fossili, e in alcuni casi avvicinandosi addirittura a emissioni prossime allo zero“.

Non è dello stesso parere il Governo italiano: “a Roma” continua la Bonafèil governo gialloverde ha camcellato gli incentivi alla geotermia convenzionale, negando studi scientifici che riconoscono la geotermia quale energia rinnovabile a tutti gli effetti e quindi avente diritto agli incentivi stessi“.

Riparare è meglio che comprare, invece…

Non piace agli italiani neppure lo stop di quella che è la strada apripista della riparabilità degli oggetti e collima con la direttiva Ecodesign and energy labelling. Lo denunciano i Restarter – i riparatori volontari di dispositivi elettronici – italiani.

Ai primi di ottobre, questa comunità molto attiva nel diffondere le buone pratiche della riparazione di tutti quegli oggetti che possono essere facilmente recuperati è venuta a conoscenza del fatto che alcuni Paesi europei – Regno Unito, Germania e Italia – facevano resistenza all’approvazione da parte del consiglio dell’Unione Europea di alcune nuove norme all’interno della direttiva Ecodesign and energy labelling.

I Restarter italiani sono così scesi in campo e coordinati dai Restarter milanesi, sostenuti da Giacimenti Urbani, hanno lanciato una petizione per il diritto alla riparabilità in Italia, su change.org. La petizione ha raccolto in poco tempo più di 75.000 firme in poco più di un mese.

Non sono mancati i commenti a supporto che fanno capire come la strada della riparazione degli oggetti sia ritenuta da molti un’ottima forma di ecologia. Impossibile non tenere conto di queste volontà.

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