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La protesta dei pastori sardi spinge a riflessioni sul modello economico

città: Cagliari - pubblicato il:
protesta dei pastori sardi

La protesta dei pastori sardi, in queste ultime ore, ha raggiunto un nuovo apice ed è stata ripresa da tutte le principali testate giornalistiche.

In realtà il malumore dura da mesi – se n’era già accennato lo scorso ottobre – ma l’esplosione della protesta richiede maggiori riflessioni, soprattutto sul modello organizzativo ed economico da adottare.

Così Uncem – Unione Nazionale Comunità ed Enti Montani – propone una sua bozza di discussione che parte dalla riorganizzazione del settore sulla base di un patto economico e organizzativo sul modello del parmigiano di montagna e delle cooperative vitivinicole.

Perché è scoppiata la protesta dei pastori sardi

La protesta dei pastori sardi è legata alle fluttuazioni del prezzo del latte di capra e di pecora; la richiesta dei pastori è che il latte, che viene venduto prevalentemente all’industria casearia – venga pagato di più ai produttori.

L’altro elemento del contendere è dovuto al sospetto che i grandi produttori di formaggi si siano accordati per fare abbassare i prezzi del latte. L’attuale prezzo pagato ai produttori sardi – 60 centesimi al litro – è ritenuto non sufficiente per coprire le spese di produzione.

Da qui la pittoresca protesta dei pastori sardi che hanno deciso di buttare centinaia di litri di latte, piuttosto che venderlo sottocosto – un gesto forte e potente, soprattutto per chi – come Green Planner – riporta la notizia abituato a parlare di soluzioni per ridurre lo spreco di cibo.

Come scrive il Post.it, già lo scorso ottobre “il presidente del Centro Studi Agricoli Tore Piana aveva detto che con questi prezzi era a rischio la stabilità del 90 percento dei produttori di latte in Sardegna, dove si produce quasi la totalità del latte ovino italiano“.

Se guardiamo l’andamento dei prezzi al litro del latte si comprende bene perché la protesta dei pastori sardi sui 60 centesimi al litro è legittima: alla fine del 2017 il prezzo del latte era di circa 85 centesimi al litro, mentre due anni fa era di 1,20 euro al litro.

Il modello economico e organizzativo proposto da Uncem

Il modello proposto è quello del Parmigiano Reggiano di Montagna, con le stalle fortemente collegate alle latterie, con vendita diretta, molto export, più e-commerce e un piano economico pienamente condiviso dalle istituzioni pubbliche.

Ma anche quello delle cooperative vitivinicole delle Langhe: trent’anni fa, quando non esistevano, le uve venivano lasciate marcire perché non valevano niente.

Poi si è montato un programma per dare pieno valore a chi coltiva, cru e non solo, valorizzandolo con un prezzo minimo dell’uva. È così anche per la frutta nelle Alpi.

La montagna ha saputo in tre decenni costruire modelli di business capaci di esaltare il valore intrinseco dei prodotti, paesaggio e territorio, forza umana e asperità, ha saputo dare il giusto fondamentale riconoscimento a chi coltiva e produce, alimentare una filiera più o meno corta tagliando fuori speculatori, multinazionali e magnati.

È un percorso che potrà e dovrà intraprendere anche la Sardegna. Per uscire dal modello attuale che ha generato la protesta dei pastori, serve una rivoluzione organizzativa.

La politica, il sistema degli Enti locali devono sostenere il comparto” evidenzia Marco Bussone, Presidente Uncem “a partire dalla costruzione di nuove politiche di mercato che aiutino gli allevatori a svincolarsi dalla morsa imposta dagli industriali per la produzione principalmente del pecorino romano“.

Nuovi modelli, nuovi prodotti, nuovi mercati, nuova organizzazione: “Ieri sera ho avuto un lungo confronto con Diego Loi, primo cittadino di Santu Lussurgiu dove sono stato a dicembre a incontrare cinquanta colleghi della Sardegna” spiega Bussone “Oggi lì ci sarà una nuova protesta. È evidente che la politica deve guidare un nuovo percorso a vantaggio delle aree interne sarde […] Il modello del Parmigiano di Montagna, strutturato ulteriormente proprio grazie alla Strategia aree interne, può essere esportato nella regione. Per costruire un patto economico e sociale che veda la montagna, i produttori, le aree rurali non residuali, fondamentali nel contrastare spopolamento, abbandono, desertificazione“.

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