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Agricoltura 4.0, un mercato che vale 7 miliardi nel mondo

città: Pordenone - pubblicato il:
agricoltura 4.0

L’innovazione tecnologica nel settore della coltivazione, che potremmo chiamare agricoltura 4.0, muove un enorme mercato economico: si stima infatti che nel mondo valga 7 miliardi, raddoppiato rispetto al 2017, di cui 400 milioni di dollari in Italia.

Un fenomeno globale che lo scorso anno ha visto 500 startup raccogliere 2,9 miliardi di dollari di investimenti: di queste un quarto sono attive nel campo dell’Agricoltura 4.0; nel nostro Paese il settore è cresciuto in un anno del 270% in un anno ed è rappresentato per l’80% da aziende esistenti che si sono innovate e per il restante 20% da nuove realtà (elettronica e sensori, software, robotica e droni, produttori indoor).

Una nicchia rispetto al mercato globale perché il nostro mercato vale soltanto il 5% del mercato globale e il 18% di quello europeo (dati Osservatorio Smart AgriFood del Politecnico di Milano).

Ma l’agricoltura 4.0, anche in un mercato piccolo come il nostro, può dare risposte alle sfide climatiche e ambientali dei prossimi anni e fornire tecnologie che mitighino la mancanza di risorse e riducano gli sprechi, come per esempio le coltivazioni fuori suolo, l’idroponica, l’acquaponica, l’agricoltura urbana e il vertical farming.

Dall’agricoltura 4.0 le risposte alle sfide ambientali

Tematiche e sfide che sono state affrontate nel corso di NovelFarm, manifestazione internazionale in due giornate – 13 e 14 febbraio a Pordenone – in cui si è discusso e analizzato come l’innovazione può aiutare a risolvere alcune sfide per il nostro pianeta nei prossimi anni.

La prima sfida – nutrire la crescente popolazione cercando di avere il minor impatto ambientale possibile – è stata tradotta in numeri da Daniel Podmiserg del Vertical Farm Institute, tra scenari distopici e utopici, alla ricerca di soluzioni praticabili che siano sostenibili ambientalmente, socialmente ed economicamente.

Daniel Podmiserg ha sottolineato come l’introduzione nelle aree urbane di coltivazioni verticali integrate abbia un impatto positivo su molte dimensioni della sostenibilità urbana, a patto che il modello agricolo riesca a valorizzare l’intero volume degli edifici, inserendo colture complementari.

La tecnologia del fuori suolo permette di ottenere efficienze elevatissime anche senza iperspecializzare la fattoria, a patto di far coincidere il luogo di vendita/consumo con quello di produzione: il vero Km 0.

Delle micro e nano plastiche nei mari si parla da tempo, ma il problema riguarda anche i terreni agricoli. Si parla delle microplastiche, che vengono ingerite dagli animali da cortile attraverso i vermi, che si occupano anche di diffonderle, e della nanoplastiche, che per le piccolissime dimensioni riescono a entrare in circolo nei vegetali.

I pericoli potenziali provengono dalle sostanze chimiche nocive che si attaccano alle particelle di plastica, e in questo modo aggirano le barriere difensive degli organismi. Ancora in larga parte misterioso è invece l’effetto che le nanoplastiche più piccole, sotto i 20 nanometri, hanno sul funzionamento cellulare, per esempio mimando l’azione di determinati enzimi o interferendo sulle membrane.

Ma da dove viene la plastica nei terreni? Si fa prima a dire da dove non viene, tante sono le fonti possibili. Una di queste sono i teli usati per la pacciamatura, che si sta diffondendo per combattere meccanicamente le malerbe eliminando i diserbanti; un’altra il compost ottenuto anche con plastiche bio-based, che prima di essere assorbite si comportano come le plastiche tradizionali (anzi peggio, perché sono più bio-affini).

Questi i primi risultati emersi dalla ricerca del team di Esperanza Huerta della Wageningen University & Research sulla sfida che la richiesta per maggiore produzione agricola con metodi tradizionali pone all’umanità.

Per entrambe queste sfide, oltre all’educazione contro lo spreco e l’inquinamento, una soluzione radicale è rappresentata dall’indoor farming, termine che racchiude in sé un alto sviluppo tecnologico, oltre a essere sinonimo di produttività, controllo sulla qualità e localizzazione della produzione.

Se il problema è il suolo, perché non disponibile o a rischio di contaminazione, riduciamone la necessità per la produzione agricola.

Questo innovativo approccio alla produzione di cibo include mercati che vanno dai più tradizionali, piccoli frutti e ortaggi, al luppolo e all’uva da tavola, fino a quelli del non food, come la nutraceutica e la canapa.

Oltre ai vantaggi spesso ricordati, rese elevatissime per metro quadro, riduzione dell’uso di suolo, acqua, fertilizzanti, azzeramento di pesticidi e diserbanti, il fuori suolo ne ha molti altri: uniformità della qualità, possibilità di controllare le caratteristiche dei prodotti, purezza dei principi attivi estratti, possibilità di utilizzare varietà ottimizzate che richiederebbero uso di prodotti chimici in grandi quantità, indipendenza dalle condizioni climatiche.

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