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Biopesticidi e risanamento ambientale, con Rnai si può

città: Roma - pubblicato il:
biopesticidi

I biopesticidi, da utilizzare in agricoltura biologica, non solo potrebbero non fare male all’ambiente, ma addirittura bonificarlo. Gli studi sono in atto grazie alla tecnica RNAi (RNA-interferente).

Sono questi i presupposti del progetto europeo iPlanta che punta, da una parte a silenziare specifici geni degli insetti che causano danni alle coltivazioni e dall’altra analizzare la strada per il risanamento ambientale.

Il progetto iPlanta è coordinato dall’Università Politecnica delle Marche assieme ai ricercatori del Centro Enea di Trisaia, in Basilicata ed è finanziato nell’ambito di Cost (European Cooperation in Science and Technology), l’organizzazione intergovernativa che finanzia progetti quadriennali, detti Azioni (Action), per la creazione di reti di ricerca tra scienziati europei e di altri Paesi.

Il procedimento adottato per neutralizzare i coleotteri e, soprattutto, sugli insetti predatori come la Chrysoperla carnea, comunemente chiamato Crisopa, dannosi per colture come piante da frutto, fragole e ortaggi, si basa sulla tecnica RNAi (RNA-interferente), che sfrutta un meccanismo naturale presente in organismi vegetali e animali per portare alla perdita di funzionalità di un gene bersaglio, fondamentale per la sopravvivenza o la fertilità dell’insetto.

“Fin dalla sua coperta nel 1998, la tecnica RNAi ha catturato l’attenzione dei ricercatori per le sue potenzialità nel controllo di parassiti e di malattie in agricoltura” spiega ricercatore Enea Salvatore Arpaia, uno dei due referenti italiani del progetto “Una risposta positiva al biopesticida è stata riscontrata, per esempio, nella dorifora della patata, l’insetto che rappresenta la principale minaccia per le coltivazioni di questo tubero“.

Oltre ai biopesticidi in agricoltura, la tecnica RNAi potrebbe rivelarsi utile anche nel risanamento ambientale.

Insieme all’università di Atene testeremo questa biotecnologia sulle piante per renderle in grado di assorbire inquinanti dal suolo oltre il loro limite naturale. Questo permetterebbe di bonificare i terreni da metalli tossici come arsenico e cadmio. Si tratta di piante non destinate all’alimentazione umana o animale, ma che una volta raccolte, potrebbero essere utilizzate nella produzione di energia e biocarburanti” conclude Arpaia.

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