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Anthropocene: un’esposizione al Mast di Bologna per capire cosa è

città: Bologna - pubblicato il: - ultima modifica: 27 Maggio 2019
Antrhopocene
Immagini della mostra a Bologna

Per denunciare quanto l’uomo sia in grado di stravolgere il mondo in nome della civiltà industriale, arriva a Bologna una mostra fotografica multimediale eccezionale. Si intitola Anthropocene e fino al 22 settembre sarà visitabile allo spazio Mast (Manifattura di arti, sperimentazioni e tecnologia; ingresso gratuito dal giovedì alla domenica).

La firmano Edward Burtynsky, Jennifer Baichwal e Nicholas De Pencer in collaborazione con il curatore Urs Stahel.

Un lavoro durato 5 anni, dove la ricerca si incrocia poi con la tecnica visiva che fa uso anche dell’App Avara (scaricabile gratuitamente sul proprio cellulare), realtà aumentata e virtuale (il museo mette a disposizione anche dei tablet che immergono all’interno delle installazioni il visitatore).

Ed è come immergersi in miniere a cielo aperto, foreste annientate, città fuori controllo: guardare e sprofondare in quello che il mondo tollera potrebbe riuscire a scuotere i negazionisti. E riflettere su quale nome in definitiva dare alla nostra era: olocene o antropocene? Il dibattito è aperto.

Quello che l’industria ha fatto e sta facendo nei confronti del nostro Pianeta. Per denunciare quanto l’uomo sia in grado di stravolgere il mondo in nome della civiltà industriale. Anthropocene si sviluppa in 4 sezioni del Mast. 35 fotografie di grande formato. Immagini di ciò che rimane di produzioni indelebili.

Molte gigantografie mostrano immagini riprese dall’alto con tecnologie mai viste fino a ora. Come a dire che la nostra visione a un metro e mezzo dai nostri piedi non è sufficiente. D’alto il disastro è più evidente e nessuno può nasconderlo.

È responsabilità industriale, è responsabilità nostra. Che in silenzio tolleriamo l’unico aspetto che non dovrebbe essere affatto tollerato: l’inquinamento. Come nella zona russa dove si estrae il palladio. O le miniere di litio dai colori fosforescenti.

O in Germania dove in Renania si cerca senza sosta ancora il carbone utilizzando mostri meccanici, tra i macchinari più grandi che l’uomo abbia mai saputo inventare: sono profughi quelli che devono lasciare i villaggi vicino alle miniere perché le loro case sprofondano?

Anthropocene dà visibilità ai marcatori dell’inquinamento: terraforming, disboscamento, bioturbazione (i tunnel scavati dall’uomo ovunque), piantagioni (c’è anche quella di olio di palma).

E le città, come quella di Lagos dove sono previsti milioni di abitanti che andranno ad aggiungersi ai 20 milioni che già sopravvivono in questa megametropoli. Discariche, accatastamenti, deforestazione. Gli oceani che nascondono trasformazioni maligne già in atto.

Ma ci sono anche momenti di speranza, dicono i tre performer. Poi ognuno reagisca come vuole, come può. L’esposizione è completata da un film “Anthropocene: The Human Epoch“.

C’è anche l’Italia in mostra con le cave di marmo di Carrara. La montagna sventrata. Per diritto dell’uomo. Lo stesso diritto che spinge i bracconieri a uccidere gli elefanti per collezionare l’avorio. Il rogo delle zanne deciso dal Governo kenyano nel 2016 è impressionante. Le fiamme ricordano quelle che si sono sprigionate a Notre Dame. Le emozioni sono le stesse.

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