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Esempi di avvio alla microimprenditorialità

città: Torino - pubblicato il:
Liter of Light

Faccia a faccia con Lorenzo Giorgi, coordinatore europeo di Liter of Light per trarre qualche spunto e replicare un progetto che sta facendo a storia della microimprenditorialità ambientale nei Paesi in via di sviluppo.

Come il nuovo progetto idroponico.

Creare microimprese in nome dell’indipendenza: questo è un principio che vale a qualsiasi latitudine. Ma nei Paesi in via di sviluppo se ben gestito lo scopo ha ancora più valore.

Questo principio lo si ritrova principe nel progetto Liter of light, portato avanti in modalità open source. Il settore è quello dell’energia. Della luce.

Lorenzo Giorgi, Coordinatore Europeo del progetto fino a oggi ha lavorato in più di 11 Paesi, collaborando con Nazioni Unite, Ministeri e Programmi governativi per lo sviluppo sostenibile.

La settimana scorsa era a Torino, ospite per il ciclo Mercoledì del Design/Innovazione sociale, organizzati dal Circolo del Design in collaborazione con la no profit Hackability che si prefigge di indagare come il design possa rappresentare un valore aggiunto per il mondo del sociale.

Green Planner lo ha raggiunto per capire come sia possibile replicare, magari, in altri settori il loro modello che nasce dalla felice intuizione del meccanico brasiliano Alfredo Moser che utilizzò una semplice bottiglia di plastica riempita per metà di candeggina per produrre luce.

Così, abbiamo chiesto a Giorgi – e questa è la prima domanda – come declina lui stesso il principio di aiutare a creare microimprese a casa loro

Sì, esatto; questo è un principio che vale a ogni latitudine, noi però lavoriamo quasi esclusivamente a sud del Mediterraneo in contesti dove prima di creare microbusiness di devono creare le condizioni adatte per renderlo sostenibile.

Mi spiego meglio, non vi è cosa più pericolosa che lanciare micro imprese basate su processi non esistenti all’interno di una nazione o di un contesto, questo potrebbe generare due aspetti negativi e contrapposti: il microbusiness potrebbe fallire subito oppure potrebbe generare monopoli che controlleranno dei prodotti e dei mercati elitari e non accessibili a tutti.

Noi vogliamo fare social business e per questo all’interno di ogni nostro ciclo di progetto vi è una parte destinata alla formazione che possa porre le basi per una possibile creazione di social business.

In ogni nazione lavoriamo con partner diversi, i nostri partner sul tema della formazione e dell’inserimento professionale possono essere, startup, Ngo oppure uffici ministeriali, abbiamo un modello di progetto molto flessibile che possa adattarsi d ogni contesto ove operiamo.

Quali strumenti suggerite nei vostri momenti di formazione?

I nostri momenti di formazione sono sempre studiati e realizzati con stakeholder locali, inoltre cerchiamo di mantenere altissima la qualità della formazione e soprattutto l’obiettivo della formazione, non avrebbe senso formare persone su progetti di cui i beneficiari non hanno bisogno.

La nostra formazione si divide in una parte tecnica, realizzata direttamente dai nostri team o dai ricercatori che ci hanno supportato nello sviluppo dei progetti e delle tecnologie, e poi vi è una parte legata alla creazione dell’impresa e alla gestione del progetto, l’approccio utilizzato in questa sessione di formazione, che spesso affidiamo a enti esterni, varia in ogni nazione.

Riuscire ad affidare la formazione a professionisti locali, affiancati da nostri collaboratori, è la miglior ricetta per riuscire ad avere un’interazione ottima tra formatore, contesto e beneficiario. Di recente siamo entrati in contatto anche con Amani Institute, una delle migliori scuole di innovazione sociale al mondo con sede in Kenya, India e Brasile, perché ci interessa sviluppare percorsi di formazione sempre più d’impatto e mirati per i contesti in cui operiamo.

Luce, energia termica, acqua, mobilità sostenibile, agricoltura: qual è l’emergenza su cui state lavorando?

Le due più grandi emergenze sulle quali stiamo lavorando sono la produzione di cibo in contesti aridi e desertici e l’accesso energetico in aree off grid.

Con Bloom Project, una startup innovativa a vocazione sociale che ricerca e sviluppa sistemi destinati all’agricoltura, abbiamo realizzato, in collaborazione con il Dafnae dell’Università di Padova, un primo prodotto di idroponica semplificata costruito con materiali locali e completamente open source così da poterlo costruire in ogni angolo del mondo.

Questo progetto, di nome Agritube, permette di coltivare fuori suolo utilizzando 1/10 di acqua rispetto all’agricoltura tradizionale e allo stesso tempo riuscire a coltivare fino a 8 cicli l’anno su qualunque superficie in qualunque contesto, il tutto alimentato con energia rinnovabile.

Dal punto di vista dell’accesso energetico con Liter of Light, una Ngo che fa accesso energetico e condivisione di conoscenza, da 4 anni abbiamo abbandonato il processo classico della cooperazione internazionale per passare a un assetto che mettesse al centro l’innovazione, la scalabilità e la sostenibilità della stessa, in poche parole facciamo innovazione allo sviluppo.

Insegniamo alle persone come autocostruire sistemi di illuminazione e accesso energetico rinnovabile utilizzando materiali facilmente reperibili nei mercati locali, così da riuscire ad arrivare in maniera sostenibile in ogni angolo del mondo.

A che numeri e grandezze fa riferimento il vostro progetto?

Liter of Light è una Ngo internazionale presente in 30 Paesi grazie alle 20 sedi nazionali distribuite principalmente nel sud del Mondo. Abbiamo installato più di 850.000 luci e punti di accesso energetico, come piccoli carica batterie.

Dal 2013 si contano più di 2.500.000 circa di beneficiari, mentre dal punto di vista della formazione abbiamo realizzato più di 15.000 workshop in tutto il mondo da cui sono stati formati in maniera tecnica e professionale 1.500 tecnici circa.

La startup Bloom Project è stata fondata dal team europeo di Liter of Light e oltre al network di quest’ultimo può contare su una rete di professionisti e collaboratori in più di 20 paesi nel mondo, che ci permettono di sviluppare progetti di innovazione allo sviluppo in maniera sistemica e sostenibile, generando impatto sui tre ambiti fondamentali: ambientale, economico e sociale.

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