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Conoscere il mare per salvarlo, con il progetto #ilmareiniziadaqui

città: Milano - pubblicato il:
#ilmareiniziadaqui

Con il progetto #ilmareiniziadaqui la biologa marina Mariasole Bianco sollecita anche la conoscenza e gli studi di ciò che ci dà buona (o cattiva) vita

C’è necessità di ampliare la conoscenza sull’ambiente marino e, allo stesso tempo, di capire come meglio possiamo tutelarlo. Lo dice una biologa marina qual è Mariasole Bianco.

Lo dice riferendosi ai ragazzi che potrebbero valutare di intraprendere un percorso di studi per occuparsi di queste tematiche nella loro vita professionale.

Se dovessi consigliare” riprende la Biancodirei di frequentare un’università italiana, per esempio quella di Genova, che è in grado di offrire un’ottima formazione a livello teorico da integrare, poi, con una preparazione pratica che garantiscono alcune università estere, incrementando anche la conoscenza dell’inglese, che è fondamentale in questa materia“.

La biologa marina aggiunge: “Ancor più che in altri tipi di studi, sono necessari grande passione e determinazione per poter valorizzare le proprie competenze e potersi affermare come professionista del mare, in un settore che al momento non garantisce molti sbocchi occupazionali“.

Intanto, lei sta andando anche all’Onu. Il 7 giugno, infatti, sarà tra gli esperti internazionali che presenzieranno al convegno Gender and the Ocean in occasione del World Oceans Day.

E racconta anche Il mare inizia da qui (hashtag #ilmareiniziadaqui), un fil rouge che lega tante delle attività realizzate con Worldrise, l’associazione no profit che sviluppa progetti di conservazione e valorizzazione dell’ambiente marino di cui è presidente e co-fondatrice, in particolare nelle città.

Il tutto nasce dalla consapevolezza che i prossimi saranno anni decisivi per la salute degli oceani e che il cambiamento parte dalle nostre scelte individuali, come cittadini e consumatori responsabili, per arrivare a coinvolgere i governi e le industrie, il cui impegno sta dando risultati insperati fino a pochi anni fa.

Le nostre azioni quotidiane – ecco il perché de #ilmareiniziadaqui – hanno un impatto positivo o negativo per il futuro del pianeta: sta a noi decidere in che modo vogliamo fare la differenza, per il nostro bene e per quello delle generazioni future.

Ogni respiro che facciamo e ogni sorso d’acqua che beviamo proviene, in qualche modo, dal mare.” fa notare la BiancoGli oceani coprono, infatti, una superficie pari al 71% del nostro pianeta e ospitano quattro specie viventi su cinque e a oggi conosciamo solo il 5% di ciò che si stima esservi nascosto.

In questa piccolissima percentuale, però, sappiamo che si trovano sostanze che usiamo quotidianamente per cucinare, dipingere o per curare una comune tosse, o malattie più gravi come tumori, leucemie e AIDS. È facile intuire, quindi, che la vita di ognuno di noi dipenda in qualche modo dagli oceani e che, al tempo stesso, la salute degli oceani dipenda in qualche modo dalle nostre azioni“.

Mariasole Bianco ci spiega le iniziative de #ilmareiniziadaqui

Partendo dall’idea che #ilmareiniziadaqui, per saperne di più abbiamo lanciato qualche domanda alla biologa che forse in tanti hanno già visto alla tv durante le trasmissioni di Rai3 Kilimangiaro. Ecco le sue risposte.

Non c’è più tempo, oltre a parlarne bisogna agire per difendere gli Oceani: ma da dove iniziare?

Il cambiamento inizia dalla presa di coscienza del fatto che l’oceano regola la nostra esistenza attraverso ogni respiro che facciamo e che le nostre azioni hanno, a loro volta, un grosso impatto sugli oceani.

La loro capacità di regolare e garantire la nostra esistenza, infatti, dipende anche dalle nostre azioni: ognuno di noi può quindi fare la differenza nella propria vita quotidiana con le proprie scelte e comportamenti.

Quali sono i problemi che più la preoccupano in tema di inquinamento delle acque?

Le problematiche sono diverse. Al momento l’inquinamento della plastica in mare rappresenta una vera emergenza che sta trovando, finalmente, spazio all’interno del dibattito mediato e dell’agenda politica mondiale.

È un esempio pratico di quello che può essere il nostro impatto sul mare e su tutte le forme di vita che lo popolano e, quindi, anche della nostra responsabilità nella risoluzione di questa emergenza. Infatti, l’80% della plastica che finisce in mare viene da fonti terrestri e soprattutto da oggetti usa e getta.

Se andiamo avanti così nel 2050 ci sarà più plastica che pesci negli oceani. La buona notizia è che ci sono ancora circa 30 anni per invertire questa rotta, partendo dalle nostre scelte quotidiani che facciamo come consumatori responsabili.

Per esempio sostituendo gli oggetti in plastica usa e getta – come cannucce e bottigliette di plastica – oppure con oggetti realizzati in materiali riutilizzabili – come le borracce.

Quali le soluzioni? Può indicarne almeno un paio alla portata dei Governi?

A livello politico sono stati fatti parecchi passi avanti per gestire questi temi, a partire dalla direttiva europea sulla plastica monouso – in parte anticipata da norme che proibiscono la commercializzazione, per esempio, dei cotton fioc di plastica – che prevede la messa al bando di qualcuno di questi oggetti (le stoviglie di plastica) a partire dal 2021.

Rimangono però fuori da questa legge le bottiglie di acqua minerale in plastica, che non sono contemplate dalla direttiva. In questo senso si potrebbero aprire dei tavoli di discussione con i settori interessati per poter trovare insieme delle soluzioni sostenibili sul lungo termine. A ogni modo sono sempre i consumatori che possono fare la differenza (vedi le 10 regole di Legambiente – ndr).

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