Home Agricoltura e Bio Produrre cibo in modo sostenibile, dal campo alla tavola: progetti e difficoltà

Produrre cibo in modo sostenibile, dal campo alla tavola: progetti e difficoltà

città: Roma - pubblicato il:
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Il cibo è sotto stretta sorveglianza in vista di un futuro che ha con problemi ambientali sempre più profondi che impattano sull’agricoltura. Le ricerche però non mancano. Come i progetti Pefmed e Diverfarming

Cambiamenti climatici e agricoltura intensiva stanno mettendo a rischio la salute e la produttività del suolo e di conseguenza il futuro del nostro cibo, tanto che da più parti e da diverse angolazioni si stanno portando avanti nuovi studi di ricerca e fattibilità che coinvolgono tutta la filiera agroalimentare.

Tra le tante iniziative nate per studiare e arginare il fenomeno c’è il progetto europeo Diverfarming, voluto dalla Commissione Europea nell’ambito del programma Horizon 2020.

Avviato nel maggio del 2017, con un finanziamento di oltre 10 milioni di euro, il progetto è quinquennale, coinvolge tutti i Paesi dell’Ue ed è coordinato dalla Spagna e dall’Italia.

L’obiettivo è identificare sistemi colturali diversificati a bassi input chimici, in grado di garantire la resa delle colture e ridurre gli impatti ambientali, e offrire una serie di possibili soluzioni.

Diverfarming ha anche una sua connotazione particolare: il 47 percento della squadra è femminile. Sono infatti ben 69 le ricercatrici europee che vi partecipano e per l’area dell’Italia e del Nord-Mediterraneo le referenti sono due ricercatrici del Crea, il Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria: Alessandra Trinchera, responsabile del coordinamento, e Roberta Farina che ha il compito di sviluppare i modelli descrittivi degli agroecosistemi considerati.

I partner coinvolti sono l’Università della Tuscia, Barilla e il Consorzio Casalasco, che con le sue 370 aziende agricole associate e i suoi 7000 ettari coltivati è tra i più grandi produttori e trasformatori di pomodoro.

Attualmente si stanno testando diverse opzioni per migliorare la sostenibilità e la biodiversità del suolo: la rotazione delle colture leguminosa – frumento duro – pomodoro; l’impiego di fertilizzanti naturali; la riduzione dell’irrigazione.

Trinchera e il suo gruppo però hanno deciso di occuparsi di tutta la catena del valore, non solo degli aspetti legati alla gestione dei terreni. Questo vuol dire che le ricerche e la raccolta dei dati riguardano tutte le fasi e che vengono presi in esame anche i ritorni economici delle possibili alternative.

Il suolo sta soffrendo e sta perdendo tante sostanze organiche preziose, che spesso non vengono reintegrate in modo adeguate, e il carbonio si sta riducendo” afferma Alessandra TrincheraLe cause sono molteplici ma i cambiamenti climatici sono il fattore principale, cui contribuisce anche l’impiego di fertilizzanti chimici, che favoriscono le emissioni di gas serra. Per questo è opportuno usare fertilizzanti organici, come il compost o il biodigestato, che usiamo noi nel nostro progetto, e adottare tecniche conservative come le rotazioni delle colture e il sovescio per ripristinare l’integrità del suolo e le sue sostanze organiche“.

Alcuni percorsi sono ben noti agli agricoltori” continua Trincherama con questo progetto vogliamo dare evidenza scientifica alle diverse tecniche, codificare alcune pratiche e creare dei modelli previsionali per dare elementi e strumenti certi e condivisibili. L’obiettivo è dare la possibilità a tutti i protagonisti della catena del valore di operare in modo sostenibile, una sostenibilità che deve giovare a tutto il sistema, aumentandone anche la produttività“.

Ma in questo fermento di percorsi e progetti per arrivare alla sostenibilità c’è anche chi sta provando a ridurre l’impronta ambientale dell’intera catena del cibo e questo vuol dire analizzare e misurare tutte le fasi che coinvolgono i prodotti prima di arrivare sulle nostre tavole: produzione, stoccaggio, lavorazioni, trasformazione, packaging, logistica.

Di questo si è occupato il progetto Pefmed, Product Environmental Footprint across the Med, coordinato da Enea, che ha visto la partecipazione di oltre 200 imprese di sei Paesi europei impegnate per ridurre l’impronta ambientale di sei prodotti di largo consumo: olio d’oliva, vino, acqua in bottiglia, mangimi, salumi e formaggio.

Finanziato con circa 2 milioni di euro dalla Commissione Europea, il progetto Pedmed in Italia ha anche coinvolto il Ministero dell’Ambiente e Federalimentare.

Lo scorso 27 maggio a Roma sono stati presentati i risultati: metodologie, soluzioni, tecniche adottate e ben 60 best practice. Tutto materiale prezioso, consultabile e condivisibile online.

Un team di ricercatori, imprenditori ed esperti ha anche identificato una serie di indicatori socio-economici relativi a diritti umani, condizioni di lavoro, salute e sicurezza, patrimonio culturale, governance e impatti socio-economici sul territorio.

Sostenibilità è anche questo infatti. Un’azienda che sceglie di operare secondo i principi della sostenibilità deve avere una strategia precisa e coerente che tiene conto di tutte le implicazioni del suo business: nell’ambiente, nel territorio e nel sociale.

Il bilancio? Un lavoro prezioso che ha portato alla definizione di metodologie e strumenti oggi a disposizione di tutti. Ma secondo il presidente di Federalimentare Ivano Vacondio, ora la sfida è “sviluppare ulteriormente le regole di categoria di prodotto, aumentare la rappresentatività delle banche dati e rendere questo percorso fattibile anche per le piccole e medie imprese“.

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