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Il futuro del biobased è qui. E sa tanto di biometano

città: Milano - pubblicato il:
evento biobased

Prospettive e problemi del biobased, un settore che comunque ha grandi opportunità nell’era d’oro dell’economia circolare. Se n’è parlato a Milano durante un evento organizzato dalla Lombardy Green Chemistry Association (Lgca) inserita nella rete Vanguard

La biobased revolution è in atto. Lo hanno conclamato gli addetti ai lavori riuniti a Milano dalla Lombardy Green Chemistry Association (Lgca) proprio nella giornata dedicata alla bioeconomia (che quest’anno è coincisa con il 23 maggio).

Il settore che registra un fatturato annuo di circa 330 miliardi di euro garantisce a oggi 2 milioni di posti di lavoro, ponendo il nostro Paese come terza nazione attiva nel biobased in Europa, dopo Germania e Francia (Fonte: Comitato Nazionale per la Biosicurezza, le Biotecnologie e le Scienze della Vita).

I dati saranno a breve corroborati dall’Università Cattolica, che ha sviluppato il progetto BioMonitor con l’obiettivo di creare un valido modello statistico per misurare e monitorare la bioeconomia e i suoi impatti economici, sociali e ambientali negli Stati membri dell’Unione europea.

Ma come tutte le rivoluzioni ha di fronte a sé opportunità e ostacoli da affrontare.

biobased

Maurizio Bettiga, Consulente Lgca e cooordinatore tecnico Bioeconomy pilot per l’iniziativa Vanguard è tra quelli che stanno mettendo anima e corpo (oltre alla sua docenza universitaria alla Chalmers University of Technology di Gothenburg) nel mondo del biobased.

Il perché lo chiarisce così a partire dal perimetro in cui la biobased economy insiste: “Il nuovo paradigma generale di sviluppo (sostenibile) è quello della transizione verso un’economia bio-based (bioeconomia), in cui si ricorre a materie prime sostenibili di origine vegetale o animale come sostitute delle riserve fossili, per la produzione di composti chimici, carburanti ed energia“.

Il biobased è profondamente green: “La filiera biobased e circolare” riprende Bettiga “è quella che va dalla materia prima organica, che molto spesso è uno scarto o meglio un sottoprodotto di attività esistenti, la si trasforma in un nuovo prodotto utile, come una sostanza chimica, un materiale o energia, prima di riciclarla nuovamente o convertirla in CO2 atmosferica. Questo ultimo passo, nonostante la conversione in CO2, si può considerare climate neutral, in quanto si tratta di CO2 biogenica e non fossile, che fa parte del ciclo del carbonio corrente“.

È un esempio lampante ciò che avviene nel caso del biometano liquefatto. “Il biometano è prodotto dalla digestione anaerobica di fanghi di depurazione, liquami zootecnici, frazione organica dei rifiuti solidi urbani e altre matrici, molto spesso, se non sempre, di scarto. Il prodotto vero e proprio della digestione anaerobica è biogas, che è una miscela di metano, CO2 e altre piccole tracce di gas.

Il biometano è purificato dal biogas, fino a raggiungere una purezza superiore al 99% e liquefatto raffreddandolo sotto i -162°C circa. La liquefazione è necessaria per consentire ai veicoli alimentati con questo carburante di avere una autonomia sufficiente.

La liquefazione aumenta la densità rispetto al convenzionale metano compresso, così da riuscire a immagazzinare in un serbatoio di metano liquefatto molti più kg equivalenti di metano rispetto a una bombola dello stesso gas compresso. Questa soluzione consente di utilizzare questo carburante ecologico e pulito anche per i veicoli pesanti, come nel caso degli autotreni“.

E le applicazioni non mancano. Durante il convegno milanese il pubblico ha potuto approfondire anche una case study firmata dal Gruppo Maganetti, che in collaborazione con Levissima ha sviluppato il progetto Lng Valtellina Logistica Sostenibile con l’obiettivo di promuovere un servizio di trasporto merci su gomma sostenibile dal punto di vista ambientale grazie all’utilizzo del gas naturale liquefatto come carburante.

Ma la strada è ancora in salita: “Esistono almeno tre barriere” riprende Bettiga “la prima è burocratica e normativa, la seconda è imprenditoriale e la terza è culturale. La normativa è spesso molto prescrittiva, bloccando di fatto lo spazio per l’innovazione. Si tende a realizzare solo quello che la normativa autorizza specificamente (non non-vieta). Questo rende molto e difficile l’iter per la realizzazione di processi nuovi e quindi, per definizione, non contemplati dalla normativa“.

L’annoso problema delle tempistiche incide anche su questo settore: “autorizzazioni con tempi lunghi e incerte (mesi se non anni per l’autorizzazione a una stazione di servizio per biometano). In questo contesto il mondo imprenditoriale o a scarsa fiducia nei prodotti della ricerca, o fa fatica ad accoglierli per via dell’incertezza normativa, o preferisce ricorrere a incentivi e finanziamenti pubblici invece di liquidità proveniente da investitori privati o banche“.

Oltre a questo, il panorama italiano fa molta fatica a vedere quello che accade nel resto del mondo, dovendo reinventare la ruota ogni volta. Si è tanto parlato di test ed esperimenti sul biometano per automazione negli ultimi 3-4 anni, quando sono decenni che vien prodotto e utilizzato di routine in altri paesi d’Europa e del mondo“.

Ecco, la forza sta anche in quello: trarre spunto dagli altri Paesi, o meglio lavorare assieme agli altri Paesi Europei. Come il progetto Vanguard permette di fare.

La bioeconomia” ha affermato Ilaria Re, project manager LGCA e referente per il Bioeconomy Pilot di Vanguard Initiative pensando agli studenti che hanno partecipato all’evento milanese “farà parte del loro futuro ed è importante che siano consapevoli delle potenzialità economiche e sociali di questo settore. Per parte nostra siamo molto contenti di avere avuto con noi un luminare della biobased economy come Ludo Diels e siamo già pronti a mettere in campo altre iniziative per promuovere una riflessione sulle enormi potenzialità della chimica verde“.

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