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Sostenibilità e integrazione, i progetti di reinserimento nati in carcere

città: Milano - pubblicato il:
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Nelle carceri milanesi sono partiti all’inizio del mese di luglio due progetti, che hanno come obiettivo di fondo migliorare le prospettive future di integrazione dei detenuti.

In occasione della presentazione del primo progetto, che vede la collaborazione dei tre istituti carcerari della città, ha commentato l’assessore al lavoro del comune di Milano Cristina Tajani: “Malnatt è un progetto tipicamente milanese sin dal nome, che coniuga alcuni dei tratti distintivi della nostra città come l’attenzione alla ricerca della qualità attraverso l’uso di materie prime a filiera corta e la capacità di saper intuire le tendenze del mercato, rappresentate dall’attenzione alle birre artigianali. Infine una peculiarità tutta meneghina, fare del lavoro la più importante occasione di riscatto e di attenzione verso gli altri“.

Malnatt significa in dialetto milanese nato male, proprio in questa definizione troviamo il concetto da cui nasce questo progetto.

Fondamentale è stata la collaborazione dell’azienda agricola La Morosina, che ha permesso la coltivazione in loco delle materie prime, questa caratteristica fondamentale fa della birra Malnatt la prima birra agricola e a chilometro zero.

Alla base del progetto però c’è il riscatto per dieci tra detenuti e ex detenuti delle tre principali carceri lombardi che hanno ora la possibilità di reinserirsi nella società e nel mondo produttivo.

Ma non solo: l’obiettivo atteso, a 24 mesi dal lancio del progetto sostenuto anche con il supporto del Provveditorato Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria e del Comune di Milano, è anche quello di generare risorse per sostenere ulteriori progetti che procurino ricadute positive sul sistema di esecuzione penale.

Attualmente in fase di distribuzione presso il canale Horeca (Hotellerie-Restaurant-Café) e Moderno (e in altri locali che si sono già resi disponibili), le birre Malnatt hanno la peculiarità di essere prodotti ad alta fermentazione, non pastorizzate, non filtrate e rifermentate in bottiglia o in fusto.

Totalmente opposto il progetto avviato presso il carcere di Bollate, nonostante le identiche finalità di formazione e integrazione.

Realizzato in collaborazione con A2A, l’impianto di trattamento dei rifiuti elettrici ed elettronici darà la possibilità ad alcuni detenuti di rimettersi in gioco attraverso il lavoro, che smaltendo rifiuti possiede una notevole utilità sociale.

L’impianto di trattamento dei rifiuti elettrici ed elettronici arricchisce il carcere di Bollate di un’ulteriore opportunità per potersi rimettere in gioco attraverso il lavoro. Si tratta anche di un progetto virtuoso che unisce l’attenzione all’ambiente al terzo settore, dimostrando come una proficua collaborazione tra pubblico e privato possa, come fine ultimo, approdare all’inclusione sociale in un’ottica di vera sostenibilità” afferma Cosima Buccoliero, direttore aggiunto della Casa di Reclusione Milano Bollate.

La struttura occupa una superficie di circa 3.000 mq e ha l’autorizzazione al trattamento di 3.000 tonnellate all’anno di rifiuti elettronici, inoltre è dotata di un impianto fotovoltaico per l’autoproduzione di energia green.

L’impianto presentato oggi al carcere di Bollate, oltre al contributo in termini di economia circolare, rappresenta un esempio di integrazione e un’opportunità di sviluppo professionale per le persone coinvolte nel progetto: per questa ragione la componente umana del lavoro vuole essere adeguatamente valorizzata rispetto all’automazione del processo” dichiara Valerio Camerano, amministratore delegato del Gruppo.

Questo progetto è uno dei tanti tasselli che compongono il nostro modello A2A per l’economia circolare: un sistema basato sulla gestione integrata dell’intera catena ambientale, dalla raccolta al trattamento e che prevede che tutti i rifiuti siano avviati a recupero di materia o energia evitando così il ricorso alla discarica“.

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