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Commenti alla sentenza sulla commercializzazione di prodotti derivati dalla Cannabis light

città: Roma - pubblicato il:
coltivare la canapa
immagine di Michael Fischer per Pexels

Lo scorso 10 luglio è stata depositata la sentenza delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione sulla rilevanza penale della commercializzazione di prodotti derivati dalla Cannabis Sativa light che respingeva la possibilità di far rientrare all’interno della legge n.242 del 2016 questi prodotti.

Pertanto la sentenza ha stabilito che “la commercializzazione al pubblico di cannabis sativa L. e, in particolare, di foglie, inflorescenze, olio, resina, ottenuti dalla coltivazione della predetta varietà di canapa, non rientra nell’ambito di applicabilità della legge n.242 del 2016, che qualifica come lecita unicamente l’attività di coltivazione di canapa delle varietà ammesse e iscritte nel Catalogo comune delle varietà delle specie di piante agricole, ai sensi dell’art.17 della direttiva 2002/53/CE del Consiglio, del 13 giugno 2002 e che elenca tassativamente i derivati dalla predetta coltivazione che possono essere commercializzati, sicché la cessione, la vendita e, in genere, la commercializzazione al pubblico dei derivati della coltivazione di cannabis sativa L., quali foglie, inflorescenze, olio, resina, sono condotte che integrano il reato di cui all’art.73, d.P.R. n.309/1990, anche a fronte di un contenuto di THC inferiore ai valori indicati dall’art.4, commi 5 e 7, legge n.242 del 2016, salvo che tali derivati siano, in concreto, privi di ogni efficacia drogante o psicotropa, secondo il principio di offensività“.

In parole povere è lo stop alla commercializzazione di questi prodotti. Per fare chiarezza su quanto scritto e diffuso in rete, riceviamo e pubblichiamo il comunicato di Federcanapa che fa seguito alla pubblicazione delle motivazioni a Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione sulla liceità dei prodotti a base di canapa industriale.

La filiera della canapa industriale alla luce della sentenza delle SS.UU.

Riteniamo opportuno fare un po’ di chiarezza sulla filiera della canapa industriale alla luce del deposito delle motivazioni della sentenza n.30475/2019 delle Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione, soprattutto a seguito del clamore mediatico e politico che ha generato, e che in molti casi ha passato un messaggio distorto e non afferente alla realtà.

La sentenza della Corte di Cassazione ha infatti delineato i confini della liceità in materia di cannabis definendo in maniera netta il rapporto di regola/eccezione tra Legge n.242/2016 e DPR 309/1990.

In particolare la Suprema Corte ha ritenuto che la cannabis, senza distinzioni, sia generalmente sottoposta al divieto di produzione e commercializzazione sancito e sanzionato dagli artt.14 e 73 T.U. Stupefacenti, fatta eccezione per:

  1. la produzione di fibre o altri usi industriali in conformità alla normativa Comunitaria (che per inciso non prevede alcuna limitazione a parti della pianta)
  2. le destinazioni tassative di cui all’art.2 della L.n.242/2016

Pertanto la canapa industriale può essere coltivata, trasformata, trasportata e commercializzata nell’ambito delle eccezioni di cui sopra.

Va da sé che i riferimenti alla normativa Comunitaria (seppure – stranamente – non colti e non menzionati nel testo della sentenza) valgono a qualificare la pianta di canapa – nella sua interezza – quale prodotto agricolo e quale pianta industriale.

Ne consegue che è da considerarsi pienamente lecita la produzione di canapa nelle sue varie forme (fibra e canapulo, fiori, foglie e semi), nonché la trasformazione per ottenere i prodotti elencati dall’art.2 della Legge 242/2016, nel rispetto delle normative dei relativi settori (alimenti, cosmetici, semilavorati, florovivaismo…).

Tale prospettazione è corroborata anche dai chiarimenti recentemente forniti dal MIPAAFT (Ministero Politiche Agricole) che ha (e non poteva essere diversamente) ribadito la liceità della “produzione di parti di piante, quali foglie, fronde, infiorescenze e talee ornamentali secondo le norme in materia di sementi, di materiali di moltiplicazione delle piante ornamentali e fitosanitarie” purché si tratti di prodotti finali non destinati a ulteriori attività florovivaistiche.

Le questioni relative alla così detta cannabis light esulano – secondo la Cassazione – dalla previsione di cui alla Legge n.242/2016 e le relative condotte dovranno essere valutate dal Giudice caso per caso in attesa di un intervento del legislatore.

A ogni modo riteniamo di affermare con la massima fermezza e convinzione la piena liceità della filiera dalla canapa industriale che, in base alla normativa vigente (comunitaria e nazionale), incentiva e tutela la filiera produttiva di una pianta industriale per le finalità agro-industriali di cui all’art.2 della Legge 242/2016.

Riteniamo comunque opportuno stimolare un sereno confronto con il MIPAAFT al fine di fugare ogni dubbio ed equivoco circa l’ambito della legge vigente in modo che pregiudizi infondati non finiscano per danneggiare le realtà produttive che hanno investito nella filiera.

In questo senso la sentenza della Corte di Cassazione non ha (e non avrebbe potuto) posto alcuna limitazione, ma anzi ha contribuito a distinguere l’ambito della filiera produttiva della canapa industriale da diverse applicazioni e destinazioni della canapa, la cui legittimità e i cui contorni non possono essere delineati nell’ambito di una legge agricola, ma dovranno essere risolti nelle sedi competenti dei Tribunali o, auspicabilmente, della politica.

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