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Parità di genere, a che punto siamo in Italia

città: Milano - pubblicato il:
parità di genere

Che uomini e donne debbano avere uguali diritti e doveri appare quasi scontato e scriverlo ci mette in imbarazzo come descrivere caldo il sole e verde l’erba: eppure la parità di genere – condizione nella quale le persone ricevono pari trattamenti, con uguale facilità di accesso a risorse e opportunità, indipendentemente dal genere – è palesemente lontana dall’essere reale, almeno in molti Paesi del mondo.

Uguaglianza e medesimi diritti annunciati e invocati in modo solenne fin dal 1948 quando le Nazioni Unite fecero la Dichiarazione universale dei diritti umani per portare uguaglianza nel diritto e nelle situazioni sociali, come per esempio in attività democratiche, garantendo parità di retribuzione a parità di lavoro.

Viene da sorridere… ma la situazione è grave e, come per l’ambiente, sono molti gli annunci ma ondivaghe le soluzioni e le iniziative per sconfiggere davvero il problema. Tanto che, in Italia, stiamo assistendo a un’inversione di tendenza che rischia di vanificare i progressi fatti in passato.

Si allontana infatti l’obiettivo dell’uguaglianza di genere: “dal 2010, la situazione italiana è migliorata notevolmente nel suo complesso. Ma nel 2016 il trend si è invertito: è iniziata una discesa per la quale non vediamo segnali di ripresa” commenta Rosanna Oliva de Conciliis, presidente della Rete per la Parità, associazione che fa parte dell’Alleanza Italia per lo sviluppo Sostenibile (ASviS).

E come si dovrebbe sapere la parità di genere rappresenta l’obiettivo 5 tra quelli dichiarati dalle Nazioni Unite e che si propone di raggiungere l’uguaglianza di genere ed emancipare tutte le donne e le ragazze entro il 2030…

Alcuni fatti e cifre sulla parità di genere nel mondo

Ecco alcuni interessanti dati che riguardano la parità di genere nel mondo:

  • circa i due terzi dei Paesi in regioni in via di sviluppo hanno raggiunto la parità di genere nell’istruzione primaria
  • nel 1990, in Asia meridionale, solo 74 bambine erano iscritte alla scuola primaria per 100 bambini. Nel 2012, i tassi di iscrizione erano gli stessi per le ragazze e per i ragazzi
    nell’Africa subsahariana, in Oceania e in Asia occidentale, le ragazze ancora incontrano ostacoli nell’accesso alla scuola primaria e secondaria
  • in Nordafrica, le donne detengono meno di un quinto dei posti di lavoro retribuiti in settori non agricoli. La proporzione di donne che occupano posti di lavoro retribuiti al di fuori del settore primario è aumentato dal 35% del 1990 al 41% del 2015
  • in 46 paesi, le donne detengono oltre il 30% di seggi nei parlamenti nazionali in almeno una Camera

In Italia qual è la situazione per le pari opportunità?

Come scritto precedentemente in Italia assistiamo ad alti e bassi, anche all’interno dello stesso periodo di osservazione, segno di mancanza di decisione nelle iniziative prese per supportare il percorso italiano verso gli obiettivi dell’Agenda 2030.

ASviS, dopo la flessione osservata nel 2016, nel 2017 registra un miglioramento, dovuto all’aumento della partecipazione delle donne negli organi decisionali, nei consigli d’amministrazione e nei consigli regionali. Peggiora, invece, il rapporto tra i tassi di occupazione delle donne di 25-49 anni con figli in età prescolare e delle donne senza figli.

In Italia si è di fatto creato negli ultimi 50 anni un sistema di buone leggi in materia di uguaglianza di genere e empowerment delle donne, dotate a volte di risorse finanziarie adeguate. Negli ultimi anni però si è assistito a un loro forte depotenziamento con la soppressione di alcuni organismi di parità e con il taglio di risorse umane e finanziarie.

Ecco allora che il Global Gender Gap Index, l’indice del Word Economic Forum che misura il livello di parità di genere raggiunto nei vari Paesi nel mondo, mostra che dal 2006 – anno di istituzione dell’indice – l’Italia è rimasta inchiodata a metà classifica.

In generale, dalla posizione 77 su 115 nel 2006 siamo saliti alla 70 nel 2018 ma su più Paesi (149) con evidenti deficienze negli aspetti lavorativi ed economici. In questo ambito, rispetto al 2006, abbiamo perso 31 posizioni e ci ritroviamo 118esimi su 149 Paesi.

Analoga situazione per l’istruzione dove abbiamo perso 34 posizioni e salute in cui perdiamo 39 posizioni. Netto miglioramento invece per quanto riguarda la presenza delle donne in politica: passiamo al 38° posto dal 72°.

La parità di genere all’interno delle società e nella corporate governance

A questo proposito è interessante leggere il commento alla parità di genere rilasciato da Junwei Hafner-Cai, che si occupa di Global Gender Equality Impact Equities all’interno della società finanziaria RobecoSAM.

Junwei Hafner-Cai
Junwei Hafner-Cai, RobecoSAM

La diversità di genere è un tema sempre più importante nell’ambito della corporate governance a livello internazionale e si è sempre registrata una correlazione positiva tra una gestione societaria di qualità e una solida performance.

Gli studi mostrano che una forza lavoro bilanciata dal punto di vista del genere supporta la performance societaria in termini di redditività, di riduzione del rischio o di andamento del titolo in borsa.

Si è ipotizzato che la diversa sensibilità e percezione femminile bilancino l’attitudine prevalente e le tendenze del pensiero di gruppo. Questo può condurre a dibattiti più ricchi, a migliori decisioni e idee, e in ultima analisi, a migliori risultati.

Le donne sono sotto-rappresentate all’interno dei board e nei ruoli apicali: nel 2018 solamente il 21,2% sedeva in un consiglio di amministrazione e circa il 5% ricopriva il ruolo di CEO nelle società statunitensi dello S&P 500, secondo l’organizzazione globale non-profit Catalyst.

L’anno precedente, a livello globale la situazione era leggermente migliore: un terzo dei board globali includeva almeno tre donne.

Tra le soluzioni possibili emerge l’istituzione di una quota obbligatoria, che rimane tuttavia una pratica controversa e che potrebbe rivelarsi dannosa nel caso in cui le società dovessero nominare figure non sufficientemente qualificate semplicemente per evitare di essere penalizzate dalla normativa.

Inoltre, politiche così vincolanti potrebbero apparire poco eque agli altri colleghi e venire quindi accolte con una certa resistenza.

Tuttavia, evitare le quote non ha portato a un aumento significativo del numero di donne all’interno dei board. Molti investitori, che credono nell’efficacia di quote predefinite, hanno scelto di adottare questo approccio autonomamente, incoraggiando le società in cui investono ad aumentare le nomine di donne e dei gruppi di minoranza all’interno dei board.

Un tema su cui invece il consenso è universale è l’eliminazione del divario retributivo di genere: a livello globale, le donne guadagnano il 40% in meno rispetto agli uomini per un incarico equivalente.

Anche dopo aver preso in considerazione i diversi fattori che possono giustificare un certo grado di disparità nelle compensazioni, è evidente uno svantaggio nei confronti delle donne che rimane inspiegabile.

Grazie alla gestione attiva e all’impegno sui temi legati alla diversità di genere messi in campo da Robeco, crediamo che una maggiore trasparenza su questi temi, inclusa la remunerazione, sia positiva per gli azionisti.

I governi potrebbero richiedere comunicazione, disclosure e trasparenza sui processi di nomina dei membri del board, sulla retribuzione di management e dipendenti, sulle assunzioni e sui processi di selezione.

Simili livelli di trasparenza permetterebbero a chi adotta pratiche realmente a favore della diversità di attrarre talenti e di ottenere un’attenzione positiva.

Al tempo stesso, l’incapacità di affrontare questi temi si tradurrebbe in problematiche sul fonte legale, reputazionale e di fedeltà dei dipendenti per le società.

Un approccio efficace, che sfrutta i mercati del capitale per favorire la parità di genere e la diversità, è quello di Gender Lens Investing, che investe in società e progetti solo nel caso in cui vengano rispettati specifici criteri basati sul genere.

I veicoli di investimento incentrati sul genere hanno attirato l’attenzione e i capitali sia degli investitori retail che di quelli istituzionali, con il patrimonio globale in questi prodotti che è raddoppiato tra il 2017 e il 2018 raggiungendo i 4,65 miliardi di dollari, di cui 2,4 miliardi in prodotti riservati agli investitori individuali.

La crescita del potere economico delle donne suggerisce che entro il 2020 il 32% del patrimonio privato a livello mondiale potrebbe essere in mani femminili.

Tipicamente interessate alle cause sociali per una società e un futuro migliori, nel campo degli investimenti tendono a essere pazienti e avverse al rischio, il che si traduce in un interesse per i prodotti che promuovono l’equità, l’inclusione, la diversità e l’uguaglianza.

Questo è particolarmente vero quando i prodotti in questione sono caratterizzati anche da una bassa volatilità e una solida performance sul lungo periodo.

Anche gli investitori istituzionali stanno dando maggiore importanza alla diversità nelle proprie scelte di voto e di engagement, imponendo dei precisi ultimatum alle società che non stanno compiendo i necessari passi in avanti e richiedendo degli standard di mercato più elevati per quanto riguarda la reportistica e la disclosure.

Indipendentemente dalle modalità adottate, migliorare la corporate governance e la performance delle società è nell’interesse di tutti, che si può raggiungere attraverso l’eliminazione delle discriminazioni sistematiche, facendo leva su talenti non sfruttati o migliorando le opportunità economiche di metà della popolazione mondiale.

Il Gender Lens Investing è un ulteriore tassello del puzzle, che sfrutta il potere dei mercati finanziari per raggiungere un impatto positivo, generando allo stesso tempo rendimenti finanziari.

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