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Le cinque dimensioni della mobilità sostenibile

città: Milano - pubblicato il:

Che differenza c’è tra mobilità sostenibile e mobilità elettrica? Sono termini spesso utilizzati in modo intercambiabili, quasi fossero sinonimi, ma si tratta più propriamente di una sineddoche in quanto la mobilità elettrica non è che una delle cinque dimensioni in cui si articola la mobilità sostenibile.

Possiamo considerare ciascuna dimensione come una leva che si muove in modo continuo tra due estremi, un po’ come i cursori di un mixer audio: questo permette di descrivere un vasto panorama di soluzioni di mobilità sostenibile, in ciascuna delle quali le cinque leve possono essere in posizioni anche molto diverse tra di loro.

In questa rappresentazione i progetti di mobilità sostenibile sono tanto più avanzati quanto più sono raccolti verso il centro dell’immagine ma non è detto che la distanza dal centro (situazione ideale) sia la stessa per tutte le leve.

le 5 dimensionni della mobilità sostenibile
Le 5 dimensioni della mobilità sostenibile

Le cinque leve della mobilità sostenibile

L’arbitrarietà delle parole scelte quali etichette degli posizioni estreme impone però qualche spiegazione in più.

Termico – Elettrico

Questa leva consiste nella trasformazione in elettrico di una quota del traffico. Come sappiamo, si tratta di una trasformazione industriale estremamente complessa che richiederà decine di anni, ma il beneficio che ne deriva sull’intero ciclo di vita del veicolo può essere stimato in circa il 50% delle emissioni nocive.

Privato – Pubblico

È la leva che tradizionalmente cercano di usare le amministrazioni, per creare le condizioni affinché una quota sempre maggiore degli spostamenti urbani sia effettuata impiegando mezzi pubblici.

È ovvio che l’effetto di questa leva viene moltiplicato se i mezzi pubblici, in più, sono a trazione elettrica (metropolitane, tram, filobus – che però richiedono tracciati attrezzati – a cui si stanno affiancando i più flessibili autobus elettrici.

Proprietà – Uso

Impensabile solo poche decine di anni fa in cui l’automobile era uno status symbol, le nuove generazioni non sentono più l’attrazione del possesso. Ne apprezzano la praticità quando ne hanno bisogno, ma non fanno dell’automobile un oggetto del desiderio, soprattutto coloro che vivono nei grandi centri urbani.

Purtroppo molti schemi di car sharing non riescono ancora a trovare una loro sostenibilità economica se non a prezzo di tariffe disincentivanti.

Personale – Condiviso

Con l’affievolirsi della percezione dell’automobile come un’estensione di casa propria, si è anche superata la ritrosia verso la sua condivisione, e la pratica dell’autostop, popolare negli anni ’60 si è evoluta in sistemi di condivisione soprattutto sulle lunghe tratte.

L’impressione è che il sistema dia benefici soprattutto all’interno di uno stesso dominio aziendale, evitando che quattro dipendenti diretti nella stessa sede della stessa azienda partendo più o meno dalla stessa zona negli stessi orari lo facciano ciascuno con la sua auto.

4 ruote – 2 ruote

È la forma più antica (e più efficace) di mobilità sostenibile, molto diffusa in diversi paesi del nord-Europa; in Italia ha avuto alti e bassi, soprattutto nella versione che combina questa leva con la precedente, infatti, molti servizi di bikesharing free float hanno subito livelli eccessivi di vandalismo che ne hanno decretata la fine.

In questa leva rientrano anche le recentissime ibridazioni del #5 con il #1: monopattini elettrici, bici a pedalata assistita, monoruota e non citiamo il “veterano” Segway solo perché in Italia ha avuto pochissima diffusione: per esempio nell’isola di Procida, con le sue viuzze strettissime, la mobilità è assicurata ormai in misura maggioritaria dalle biciclette a pedalata assistita.

Il programma di mobilità sostenibile ideale, dunque, non esiste, o per meglio dire ne esistono infiniti, ed è proprio la molteplicità delle leve a disposizione che permette a ciascuna comunità o impresa di sviluppare quello ideale per sé.

Gianni Catalfamo è ingegnere nucleare che dal 2012 si occupa di trasformazione digitale; nel 2017 ha co-fondato One Wedge, una start-up che costruisce reti di caricatori per veicoli a energia elettrica.

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