Home Eco Lifestyle Anche le aziende sono #gretine

Anche le aziende sono #gretine

città: Milano - pubblicato il:
global climate strike

Il 27 settembre ci sarà il Global Climate Strike, la seconda tornata di manifestazioni in piazza a favore dell’ambiente. Ma più che di uno sciopero si tratta di…

Scioperare per la salvaguardia del pianeta atto secondo. Venerdì 27 settembre la voce degli italiani più sensibili all’ambiente tornerà a farsi sentire nelle città italiane. È indetto il Global Climate Strike infatti, una sorta di sciopero generale. Gli studenti saranno in prima linea – come stanno già facendo da tempo con i Fridays for Future.

Ma questa volta anche le aziende non si fanno cogliere impreparate. Alcune, soprattutto quelle internazionali, hanno già anticipato alcune attività di disturbo il 20 settembre sull’onda dell’incontro che Greta Thunberg ha avuto con l’Onu (da qui anche la diffusione dell’hastag #siamotuttigretini).

Così è stato per Idealo, il portale internazionale di comparazione prezzi, che ha scioperato anche in rete: il portale è stato accessibile solo in misura limitata dalle ore 12 alle ore 16.

Albrecht von Sonntag, fondatore e Ceo di idealo ha affermato: “Uno sciopero, per essere tale, deve farsi sentire. Quando la maggior parte degli oltre 1.100 dipendenti sciopera, è un bel segnale. Ma il nostro impegno è ancora più importante quando ci rivolgiamo agli oltre 20 milioni di visitatori ogni mese in Europa. Ecco perché utilizzeremo i nostri siti web e le nostre App prima e durante la dimostrazione per raggiungere il maggior numero di persone possibile“.

Così ha fatto anche SodaStream che ha sospeso lo scorso venerdì le attività e-commerce. Eyal Shohat, Ceo della società ha affermato che “bisogna mantenere vivo il dibattito a ogni costo“.

Al di fuori dal blackout che i siti di e-commerce possono fare, c’è però da fare un distinguo sullo sciopero del 27 settembre. Lato aziende, non si tratta né di uno sciopero né di una serrata. Si tratta più che altro di un’assenza giustificata.

Alcune aziende lo leggono come una sorta di volontariato aziendale. Altre come un permesso concesso. Di fatto sono molte le aziende che hanno comunicato ai propri dipendenti e agli stakeholder che protestare per la situazione ambientale degenerata è cosa buona e giusta. Anzi, vitale.

Patagonia, azienda americana da sempre paladina dei temi ambientali e sociali e per questo anche BCorp, ha preso posizione e chiudendo i negozi nelle due giornate dà la possibilità ai dipendenti di prendere parte alle manifestazioni. Così è successo il 20 e si ripeterà il 27.

Ryan Gellert, General Manager Emea di Patagonia, ha così spiegato la decisione dell’azienda: “La crisi climatica è una questione umana che riguarda tutti noi. Siamo ispirati dai giovani attivisti che stanno portando avanti un movimento globale e, come loro, Patagonia sta richiedendo un’azione urgente e decisiva per il bene delle persone e del Pianeta“.

Gellert quindi invita “le imprese e chiunque sia preoccupato per il destino della Terra e del genere umano a reagire concretamente e unirsi a noi“.

Proprio perché il tema ambientale deve entrare a far parte del dibattito pubblico perché riguarda tutti da vicino e non è più un argomento che può essere trascurato e sottovalutato, l’agenzia Tribe Communication ha ideato l’iniziativa #siamotuttigretini sostenuta anche da Milano per il Clima.

Si tratta di “una campagna di sensibilizzazione sulla crisi climatica in risposta agli attacchi dei negazionisti verso Greta Thunberg, una figura diventata simbolo del cambiamento climatico e alle conseguenze che esso avrà su tutti gli aspetti delle nostre vite” ha dichiarato Serena Giacomin, presidente di Italian Climate NetworkI negazionisti del cambiamento climatico sono ancora tanti e hanno preso di mira Greta, arrivando a definirla #gretina. Noi vogliamo ribaltare il significato di questo insulto, per coinvolgere quante più persone possibili in una campagna di solidarietà e sensibilizzazione sui temi ambientali“.

Anche la rete di Banca Etica (Banca Etica, Etica Sgr, Fondazione Finanza Etica) ha dichiarato di aderire alla mobilitazione globale per il clima indetta in tutto il mondo dal movimento #FridaysForFuture.

Così, il 27 settembre gli uffici e le filiali di Banca Etica in Italia e in Spagna saranno chiusi per permettere ai lavoratori e alle lavoratrici di partecipare al Global Climate Strike e unirsi agli studenti e a tutte le persone che marciano nelle strade per chiedere la fine dell’era dei combustibili fossili e l’adozione di azioni urgenti per scongiurare il collasso climatico.

La crisi climatica è un’emergenza, ma c’è molto che possiamo fare: lo sanno bene le persone sempre più numerose che scelgono la finanza etica perché rifiutano di affidare i propri risparmi e investimenti a chi li utilizza per finanziare imprese che stanno distruggendo il pianeta” spiega Dario Brollo, componente del comitato dei soci-lavoratori di Banca Etica organismo che ha promosso l’adesione di Banca Etica al Global Climate StrikeBanca Etica ed Etica Sgr – da due decenni – escludono dai propri finanziamenti settori rischiosi per il clima (come il carbone e il petrolio) e per l’ambiente in generale (come il nucleare) o per la collettività (gli armamenti e il gioco d’azzardo).

Investiamo invece in tante aziende, grandi e piccole, che guardano al futuro e sviluppano attività innovative nel campo delle energie da fonti rinnovabili, della riduzione della CO2, dei materiali alternativi alle plastiche, della bioedilizia, etc. Quando abbiamo iniziato eravamo in pochi.

Oggi questa sensibilità è finalmente diffusa e se questo è successo molto lo dobbiamo al movimento di giovani e giovanissimi che ha imposto l’urgenza di una svolta radicale nelle agende delle istituzioni e nell’attenzione dell’opinione pubblica. Vogliamo cogliere l’opportunità di mostrare il nostro sostegno e di scendere in piazza con le decine di migliaia di persone che in più di 150 paesi, stanno già organizzando scioperi per il clima nei luoghi di lavoro e nelle nostre comunità il 27 settembre“.

Continuare l’azione anche dopo il Global Climate Strike

E dopo lo sciopero che cosa possiamo fare in pratica, da subito? E tutti i giorni? Calcolare la propria impronta ambientale è ormai diventato fondamentale. Da qui sarà chiaro che tutti noi giorno dopo giorno possiamo abbattere l’incidenza della nostra vita sui cambiamenti climatici.

Poi sarebbe buona cosa iniziare a proteggere le foreste esistenti, soprattutto quelle più antiche e più ricche di biodiversità, dai danni causati dall’uomo. E per farlo serve una mappa globale che non si limiti a individuare le aree verdi, ma che sappia indicare quali sono le foreste intatte, quali quelle oggetto di sfruttamento e quali le nuove piantagioni artificiali.

È l’appello lanciato in un paper pubblicato su Conservation Biology, dai professori Alessandro Chiarucci, dell’Università di Bologna e Giunluca Piovesan dell’Università degli Studi della Tuscia.

Quello della conservazione delle foreste è un tema drammaticamente all’ordine del giorno.

Gli enormi incendi che abbiamo visto in queste settimane in Amazzonia e in Siberia sono una pericolosa minaccia per l’equilibrio degli ecosistemi e possono favorire l’accelerazione dei cambiamenti climatici” spiega infatti ChiarucciL’idea di piantare nuovi alberi per assorbire rapidamente l’eccesso di anidride carbonica nell’atmosfera è una soluzione semplicistica, che non tiene conto della complessità degli ecosistemi forestali. Per mantenere l’equilibrio dei processi ecologici che sono alla base della vita sul nostro pianeta è invece fondamentale garantire la conservazione e la ricostruzione delle foreste naturali“.

Foreste o piantagioni? Dove sta l’equilibrio?

Per mettere in campo politiche efficaci di protezione delle foreste a livello globale – spiegano i ricercatori – è essenziale prima di tutto individuare dove sono le foreste e stabilire quale sia la loro estensione nelle varie aree del pianeta. Come ottenere queste informazioni?

La soluzione oggi più utilizzata è l’analisi delle immagini satellitari: le zone coperte dalle chiome verdi degli alberi – si è pensato – non possono che essere le foreste che stiamo cercando. Purtroppo però non è così semplice.

Un territorio coperto da alberi non sempre è una foresta: una coltivazione di alberi da frutto, per quanto densa possa essere, non è certo una foresta, come non lo è un impianto di alberi finalizzato alla produzione legnosa” dice il professor ChiarucciBasare l’attività di monitoraggio solamente sull’analisi delle aree coperte da alberi può essere pericoloso perché si rischia di confondere semplici aree produttive con i ben più complessi ecosistemi forestali“.

Ecosistemi e biodiversità

Qual è allora la soluzione? La proposta degli studiosi è quella di mettere in campo metodologie più sofisticate, in grado di individuare con chiarezza le aree coperte da foreste e – attraverso sistemi di monitoraggio dei livelli di biodiversità – mappare il loro grado di naturalità: foreste intatte, foreste antiche, foreste controllate dall’uomo e foreste in rewilding, che stanno cioè tornado al loro originario stato selvaggio dopo un periodo di sfruttamento.

Molti ecosistemi forestali in diverse aree del pianeta sono minacciati dall’intervento dell’uomo” spiega ChiarucciPer questo motivo, mappare, monitorare e preservare le foreste intatte e le foreste antiche è in questo momento una priorità: il loro ruolo nella conservazione della biodiversità è cruciale per mitigare gli effetti del cambiamento climatico“.

Ruolo che diventa ancora più decisivo se pensiamo che la superficie coperta dalle foreste, quelle vere, a livello globale è in continuo calo, e non potrà che diminuire anche nei prossimi anni.

Più che piantare nuovi alberi, allora, i ricercatori suggeriscono di preservare le foreste esistenti e il complesso ecosistema che vive al loro interno, a partire da quelle che oggi sono sfruttate dall’uomo.

Una certa proporzione delle foreste oggi oggetto di sfruttamento, possibilmente il 20 percento, andrebbe protetto e destinato a processi di rewilding per far rinascere ecosistemi pienamente funzionali” dice il professor ChiarucciLe foreste vanno protette e lasciate ai loro processi naturali, per assicurare la persistenza della biodiversità e anche per lasciare alle generazioni future un’immagine di come fosse il nostro pianeta prima della trasformazione profonda avvenuta durante l’Antropocene“.

Condividi: