Home Imprese Sostenibili La sfida di un sindacato moderno di fronte alla mobilità elettrica

La sfida di un sindacato moderno di fronte alla mobilità elettrica

città: Milano - pubblicato il:
geely mobilità elettrica

Non ha avuto molto risalto la notizia riportata da Bloomberg secondo cui il produttore di auto cinese Geely fonderà tutte le proprie operazioni di progettazione e produzione di motori termici con le omologhe della controllata Volvo.

Ne risulterà un’azienda la cui forza lavoro (8.000 dipendenti) dovrebbe essere esattamente equivalente a quelle combinate delle due unità che vi confluiscono.

Il motivo di questo accorpamento è stato spiegato dagli analisti: liberare risorse per concentrarsi sullo sviluppo dei modelli elettrici; chi vuol pensare male, però, potrebbe leggervi anche il tentativo di impacchettare in un contenitore unico tutte le attività relative a un settore ritenuto non più strategico, in vista di una possibile dismissione o persino liquidazione.

Ovviamente i tempi dipendono dalla velocità con cui il mercato effettuerà la transizione all’elettrico che, a sua volta, dipende criticamente dalla velocità con cui la catena produttiva saprà trasformarsi.

È questa la ragione per la quale il potente sindacato americano United Auto Workers ha indetto il primo sciopero contro la General Motors in più di un decennio: detta un po’ in soldoni, la paura è che le centinaia di migliaia di lavoratori che fanno funzionare l’industria automobilistica si trovino dalla parte sbagliata quando sarà il momento per le aziende di decidere dove investire e dove no, e questo momento, come forse indica la mossa di Geely e di Volvo, potrebbe arrivare prima di quanto tutti ci aspettiamo.

Ma non saranno solo i lavoratori a patirne: anche le aziende si troveranno a corto di personale formato in settori che, per loro, sono nuovi e poco conosciuti: sarebbe insomma auspicabile che di questo problema si facessero carico entrambi i lati del tavolo per assicurare da un lato all’industria di avere una buona corrispondenza tra le competenze che hanno e quelle che gli servono e, dall’altra ai lavoratori di poter approfittare di una trasformazione che potrebbe avviare una fase di sviluppo vertiginoso.

Insomma, ci vuole una visione chiara di dove sta andando il mercato non solo domani, ma nei prossimi trent’anni, magari orchestrata da un Governo che si renda conto che il comparto della componentistica meccanica in Italia esporta una quota molto significativa della propria produzione: o sapranno trasformarsi, o queste aziende rischiano una brusca estinzione.

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