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Mixité è la collezione creata da cinque rifugiati provenienti dal Gambia

città: Venezia - pubblicato il:
Talking Hands Mixité

Dall’incontro tra Talking Hands e gli storici hotel veneziani della famiglia Romanelli nasce una capsule collection (ovvero un numero limitato di capi), creata da cinque rifugiati provenienti dal Gambia, coordinati da Anthony Knight, designer e docente del corso di Design della moda alla IUAV di Venezia e Annaclara Zambon, insegnante di moda che produce collezioni di maglieria.

La collezione si chiama Mixité e si compone di kimono da camera, coperte e borse, tutti pezzi unici e raffinati, realizzati con le stoffe wax, tipiche africane, abbinate ai tessuti preziosi del Lanificio Paoletti di Belluno che ha aderito al progetto donando scampoli.

I capi della collezione saranno presentati il 21 ottobre durante la Venice Fashion Week al boutique hotel Novecento e nel circuito degli alberghi dei Romanelli, Novecento, Hotel Flora e Casa Flora e nel pop up shop di Novecento.

Talking Hands, letteralmente mani che parlano, è un’iniziativa nata nel 2016 dall’idea dell’art director trevigiano Fabrizio Urettini che ha creato un laboratorio di design e innovazione sociale coinvolgendo professionisti di vari settori.

Qui nascono progetti che hanno anche il pregio di coniugare diverse competenze e culture per creare prodotti interessanti e nuovi, non di semplice artigianato.

L’idea è quella di offrire innanzitutto formazione e opportunità lavorative alle persone presenti nei centri di accoglienza provenienti soprattutto dall’Africa subsahariana e dall’Asia centrale, di età compresa fra i 19 e i 28 anni.

Talking Hands nasce anche per favorire l’inclusione sociale, offrire servizi sanitari, istruzione, assistenza legale grazie a una rete di volontari che offrono il loro supporto.

A Treviso vivono circa 2.000 rifugiati ospitati nei centri di accoglienza e nelle ex caserme in situazioni spesso critiche, come nel resto del Paese, con tempi di attesa che raggiungono i due anni, mancanza di programmi di integrazione, di istruzione, in una persistente condizione di emergenza alla quale non si riesce a far fronte e che spesso porta a conflitti con la popolazione residente.

Ogni progetto è organizzato all’interno di una piccola filiera produttiva che si avvale di varie competenze. Il ricavato è destinato ai ragazzi e a una cassa comune per far fronte alle spese quotidiane. L’obiettivo è quello di mettere a sistema un modello economico che possa garantire rimborsi anche ai professionisti che partecipano per renderlo totalmente sostenibile e autonomo.

Un esempio di come si può creare lavoro e consentire ai migranti di trovare una propria collocazione sottraendoli all’abbandono dei centri di accoglienza non organizzati e inadeguati a offrire alcun tipo di prospettiva a queste persone.

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