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Il green new deal ha un alleato: la canapa

città: Roma - pubblicato il: - ultima modifica: 9 Febbraio 2020
coltivare la canapa in italia
Foto di Matteo Paganelli (Unsplash)

Coltivare la canapa significa fornire materia prima ai settori della bioedilizia, della plastica, oltre che al mondo tessile, cosmetico e alimentare

Sulla canapa è necessario fare chiarezza anche alla luce degli ultimi avvenimenti accaduti nei giorni scorsi in Senato. Il settore, infatti, è portatore di enormi potenzialità e non può essere liquidato solamente con il tema della cannabis light.

Coltivare la canapa in Italia significa, infatti, fornire eccipienti e materia prima all’industria alimentare (olio, ricco di antiossidanti, uno dei più completi integratori alimentari), a quello delle bioplastiche, della bioedilizia, cosmetica, farmaceutica e tessile.

Siamo in pieno green new deal e la canapa è elemento fondamentale non solo per lo sviluppo dell’agricoltura ma anche per la vita di tutti i giorni.

Anche per questo, la Cia-Agricoltori Italiani chiede al Parlamento di fare chiarezza sulla canapa, in seguito alla decisione della presidente del Senato, Elisabetta Alberti Casellati, di non ammettere un emendamento al maxi-emendamento depositato dal Governo che avrebbe permesso di colmare un vuoto normativo, rendendo lecito l’utilizzo di tutta la parte della pianta per attività industriali e manifatturiere, con l’indicazione certa e definitiva del limite di Thc allo 0,5%.

La canapa è il nuovo “oro verde” dell’agricoltura. La sua coltivazione in Italia ha visto un vero boom nell’ultimo triennio. La superficie dedicata è, infatti, passata da 950 a oltre 3.000 ettari (+200%) coinvolgendo centinaia aziende agricole e molti giovani imprenditori.

L’Italia fino al 1940 era il secondo paese al mondo per ettari coltivati (110.000 ettari), dopo l’Unione Sovietica, poi – di fatto – la canapa è scomparsa dalle nostre campagne con l’avvento del nylon e delle fibre sintetiche, derivate dal petrolio.

Oggi per gli agricoltori c’è, invece, il paradosso di poter coltivare canapa con limite di Thc da 0,2% a 0,6% senza poterne commercializzarne il fiore, per l’assenza di una norma legislativa che ne fissi i limiti di Thc.

A seguito della legge 242 del 2016, gli agricoltori hanno ricominciato a coltivare questa coltura che contribuisce a ridurre il consumo di suolo, diserbare i terreni e bonificarli dai metalli e, allo stesso tempo, è una produzione versatile grazie ai suoi mille impieghi.

Dai percorsi innovativi di economia circolare come i mattoni ecologici per la bioedilizia, ai pellet per il riscaldamento nelle case e il materiale bioplastico.

Importanti anche gli sbocchi nella filiera agroalimentare: pasta, pane e farina che non contengono glutine e l’olio ricco di Omega 3 importante per gli integratori alimentari perché ricchissimo di antiossidanti, senza dimenticare gli utilizzi per la cosmesi, detersivi, tinte e colori, solventi e inchiostri.

Da segnalare poi il percorso avviato per una filiera tessile green da Cia attraverso il marchio degli Agritessuti. L’industria tessile è la seconda più inquinante al mondo, responsabile del 20% dello spreco globale di acqua e del 10% delle emissioni di anidride carbonica.

Con la reintroduzione nel nostro Paese della coltivazione di canapa destinata al tessile, l’intero ciclo di produzione sarebbe 100% ecosostenibile: dalla semina fino all’estrazione della materia prima.

Coltivare la canapa ha, inoltre, il vantaggio di non dover ricorrere all’uso di pesticidi, essendo una coltura molto resistente alle erbe infestanti.

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