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5 luglio 2020: una data di svolta per l’Epr italiano

città: Roma - pubblicato il:
economia circolare

Di economia circolare si discute e molto ci si interroga su quanto ognuno di noi – nel proprio quotidiano – può fare evitare lo spreco. Molto più marginale lo spazio dedicato a un altro tema, quello della responsabilità estesa del produttore (in lingua inglese Extended Producer Responsibility o più brevemente Epr).

Si tratta di una politica ambientale per la quale il produttore di un bene è responsabile anche per la fase post-consumo, ovvero per la gestione una volta diventato rifiuto.

La questione è normata sia a livello nazionale che europeo. Anzi, le recenti Direttive 851/2018 e 852/2018, parti integranti del Pacchetto Europeo sull’economia circolare, porteranno importanti novità in materia di Extended Producer Responsibility.

Green Planner ha approfondito il tema con Donato Berardi – direttore del Laboratorio Ref Ricerche sui servizi pubblici locali – e Nicolò Valle – ricercatore del Laboratorio Ref Ricerche – scoprendo innanzitutto che il concetto di Epr è un’invenzione… di quasi trent’anni fa.

In effetti” sottolinea Berardiil concetto di Extended Producer Responsibility non è nuovo: nasce in Svezia nei primi anni Novanta nel contesto del dibattito sulla Cleaner production e su una produzione sostenibile. Alla base vi era la volontà di spostare dai consumatori o dalle autorità pubbliche ai produttori la responsabilità della gestione dei rifiuti derivanti dai prodotti immessi sul mercato“.

È da allora, infatti, che si cominciò a pensare che per dare una vera risposta al problema fosse necessario intervenire a monte dei processi di produzione, fin dalla progettazione dei prodotti.

In questo modo era possibile: affrontare il crescente problema della produzione eccessiva di rifiuti, migliorarne la gestione a valle e, dunque, ridurne gli impatti ambientali. Una rivoluzione copernicana.

Quindi come si è proceduto?

Oggi, 26 dei 28 Stati membri della UE hanno attivo qualche tipo di programma Epr per i rifiuti di imballaggio. L’Italia si è adeguata nel 1997, con l’istituzione del Conai, il Consorzio Nazionale Imballaggi, ente privato a cui aderiscono le imprese produttrici e utilizzatrici di imballaggi.

Sul piano operativo sono due i modelli di gestione. Uno integrato nel quale sono le amministrazioni locali a gestire la raccolta dei rifiuti di imballaggio sul territorio, congiuntamente alle altre tipologie di rifiuti urbani.

I produttori sono in questo caso tenuti a contribuire in tutto o in parte alla copertura dei costi di gestione dei rifiuti di imballaggio sostenuti dalle pubbliche amministrazioni attraverso corrispettivi concordati che tengono conto della tipologia, della qualità e della quantità dei rifiuti di imballaggio raccolti in maniera differenziata.

Questo è quanto accade, per esempio, in Italia. Vi sono poi modelli duali nei quali i produttori sono tenuti ad organizzare per proprio conto un sistema di intercettazione dei rifiuti derivanti dai propri imballaggi immessi sul mercato.

Non solo, anche i costi di raccolta e avvio a riciclo/recupero/smaltimento sono sostenuti per intero da enti o consorzi che per conto delle imprese ottemperano agli obblighi in materia di responsabilità estesa.

Un rapporto realizzato per la Commissione Europea nel 2014 rilevava che in Austria, Belgio, Germania, Repubblica Ceca e Paesi Bassi le imprese sopportavano per intero i costi di gestione (raccolta differenziata, trasporto e trattamento) dei propri rifiuti di imballaggio, mentre in Francia il contributo dei produttori arrivava al 75%.

2020: sarà l’anno del grande cambiamento?

L’Europa sul tema ha emanato due nuove Direttive, la 851 e la 852/2018, con le quali, pone nuove regole e ridefinisce il concetto di Extended Producer Responsibility.

Cosa cambia? La Direttiva è molto chiara: rispetto al passato, sarà piena responsabilità dei produttori passare a un sistema che sin dalla progettazione usa solo prodotti durevoli, adatti all’uso multiplo, riparabili, tecnicamente ed economicamente selezionabili e riciclabili, realizzati a partire da materiali riciclati.

Tra le altre novità, il nuovo sistema, prevederà che:

  • vi sia l’obbligo di raggiungimento dei nuovi obiettivi di riciclo
  • sia garantita la presenza di un sistema di comunicazione delle informazioni per raccogliere i dati sugli imballaggi immessi sul mercato del singolo Stato e i dati sulla raccolta e sul trattamento di rifiuti risultanti
  • sia garantita la copertura integrale (o in deroga almeno dell’80%) dei costi efficienti della raccolta differenziata dei rifiuti di imballaggio sostenuti dai Comuni, inclusi i costi del loro successivo trasporto e trattamento
  • il contributo ambientale versato dai soggetti obbligati venga modulato, ove possibile, per singoli prodotti o gruppi di prodotti simili, tenendo conto delle loro caratteristiche

E in Italia?

Almeno fino all’inizio 2018, il Contributo Ambientale versato dalle cosiddette imprese obbligate risultava inferiore – talvolta anche di molto – a quello dei principali Paesi europei.

Extended Producer Responsibility - contributo ambientale medio

Ma per quanto riguarda la filiera degli imballaggi, i requisiti minimi dovranno essere introdotti negli Stati membri entro e non oltre la fine del 2024.

L’Italia è tenuta a recepire questa Direttiva fra meno di un anno, il 5 luglio 2020. Si tratta di un’importante riforma che potrebbe aprire la strada al cambiamento nel settore dei rifiuti.

Anche nel nostro Paese che, con l’introduzione del nuovo sistema di diversificazione contributiva da parte di Conai avviato a partire dal 2018, ha cominciato a muoversi verso soluzioni auspicate a livello comunitario.

Extended Producer Responsibility - imballaggi in plastica

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