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Per combattere le fake news scientifiche vanno individuate le riviste predatorie

città: Milano - pubblicato il:
fake news scientifiche
Foto di Connor Danylenko (Pexels)

Il fenomeno delle fake news scientifiche ha trovato il suo apice nello sviare l’opinione pubblica dalle conseguenze dei cambiamenti climatici; ma il problema riguarda l’informazione in generale

Diffondere informazioni false o, comunque, non corrette, al fine di orientare l’opinione pubblica in una direzione di comodo, avvelenando il dibattito e contribuendo, invece di aiutare la chiarezza espositiva di argomenti complessi, ad annebbiare ulteriormente la visibilità. È il fenomeno delle fake news scientifiche ma che coinvolge anche la politica, le relazioni internazionali.

Insomma è una tattica che l’utilizzo dei social media ha amplificato enormemente, complice anche la difficoltà delle testate giornalistiche a lavorare con qualità e precisione a causa di una fase transitoria dell’informazione che non ha ancora completamente assorbito il passaggio dalla carta al digitale e sconta un mercato del lavoro giornalistico in crisi che offre compensi da fame ai free lance, che impoverisce l’analisi e l’attenzione alle fonti e alle informazioni citate negli articoli.

La diffusione di fake news scientifiche è però particolarmente grave quando coinvolge direttamente pubblicazioni specializzate che si rivolgono alla comunità scientifica e che dovrebbero indirizzare le ricerche universitarie.

Problema che è stato affrontato da un panel di 35 ricercatori provenienti da 10 paesi diversi che si è incontrato a Ottawa, in Canada, lo scorso aprile e ha individuato un sistema per combattere le fake news scientifiche, utilizzando per la prima volta la definizione di riviste predatorie.

Secondo la definizione pubblicata su Nature (Riviste predatorie: nessuna definizione, nessuna difesa. Nature. Vol 576, pp 210-212; 2019), le riviste predatorie sono quelle che antepongono i loro interessi economici alla diffusione della ricerca scientifica e, più in concreto, riportano informazione false o ingannevoli, non rispettano le migliori pratiche redazionali ed editoriali, non sono trasparenti e si rivolgono ai ricercatori in modo aggressivo e indiscriminato per spingerli a inviare i propri articoli.

Secondo le stime degli studiosi, si calcola che ogni anno circa 400mila articoli appaiono su riviste che millantano standard accademici, ma che invece pubblicano qualsiasi cosa a pagamento.

Di conseguenza è sempre più complicato capire se i risultati di una ricerca trovata online sono stati pubblicati seguendo le regole della comunità scientifica.

Trovare un accordo che definisca correttamente queste riviste predatorie è fondamentale per combattere le fake news scientifiche perché altrimenti è difficile individuare le pubblicazioni che, invece di alimentare un dibattito serio, diffondono a pagamento studi incompleti, non corretti e tendenziosi.

Tra i 35 esperti c’era anche l’italiano Mauro Sylos Labini, professore dell’Università di Pisa, che al proposito ha chiarito che “Le riviste predatorie ingannano i colleghi inesperti, inquinano la valutazione della ricerca e diffondono informazioni potenzialmente false spacciandole per scientifiche. Si tratta di pubblicazioni a volte difficili da riconoscere, anche perché le numerose black list disponibili online non sono sempre coerenti fra loro, è quindi importante che la comunità accademica trovi un accordo su una definizione e individui le caratteristiche in grado di identificarle“.

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