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Ridurre lo spreco di cibo: c’è ancora tanto da fare

città: Milano - pubblicato il:
ridurre lo spreco di cibo

Per ridurre lo spreco di cibo, dopo la legge 166/2016, l’attenzione e le azioni sul tema si sono sviluppate, ma c’è bisogno di un ulteriore salto. Soprattutto in alcune aree scoperte. Come…

Quella del cibo è la prima voce di spreco del nostro Paese, che incide per 15 milioni di euro – quasi un punto del Pil – e la maggior parte degli italiani, il 93%, vorrebbe evitarlo, dice l’Osservatorio Waste Watcher di Last Minute Market.

Negli ultimi anni sono stati fatti grandi passi avanti in questo senso, soprattutto da quando è stata approvata la prima legge di economia circolare in Italia, la 166/2016, che ha creato una rete tra istituzioni, enti no-profit e imprese per gestire le eccedenze alimentari, redistribuendole a chi ne ha più bisogno.

Si evita così lo spreco di cibo avanzato dalle mense scolastiche, dai supermercati e addirittura dai ristoranti delle navi da crociera.

Sapere che si può fare qualcosa di concreto per ridurre lo spreco di cibo è la miglior spinta al cambiamento” afferma Anna Chiara Gadda, membro della Commissione Agricoltura della Camera dei Deputati e prima firmataria della legge.

Tuttavia, rimangono ancora degli ambiti difficili da regolamentare per evitare lo spreco di cibo, soprattutto nei settori più frammentati, cioè le piccole realtà commerciali come bar, pasticcerie, dove l’impegno, anche economico, del gestore per non buttare e redistribuire quello che non è stato consumato supera il vantaggio reale del farlo: salvare due bigné dal cestino costa troppo al singolo in proporzione al beneficio che apporta alla comunità“.

Vero è che anche in questo campo si sta inventando molto. Accanto alle App che si stanno diffondendo sui cellulari dei cittadini per prenotare a fine giornata l’invenduto, in alcune città italiane nascono interessanti organizzazioni.

A Bari” fa riferimento la Gadda “è stata creata un’associazione che si chiama Avanzi Popolo che utilizza fattorini muniti di pattini a rotelle per consegnare ai privati direttamente l’invenduto della giornata“.

Difficile intervenire, invece ancora, sugli eventi privati: “Pensiamo al cibo avanzato dai banchetti di matrimonio o dai congressi; anche lì servono iniziative per evitare che grandi quantitativi di alimenti vengano gettati” prosegue Gaddail problema esiste soprattutto per i cibi che hanno vita breve, come quelli cotti, che se non consumati entro 45 minuti vanno abbattuti per essere conservati, ma non tutte le strutture hanno gli strumenti per farlo al loro interno, e in tempi così ristretti“.

Anche sull’economia domestica c’è ancora molto da fare: “Non ce ne rendiamo conto, ma lo spreco di cibo avviene per due terzi in casa nostra” sostiene Andrea Segrè, docente di Politica Agraria all’Università di Bologna, fondatore di Last Minute Market e della Campagna Spreco Zero.

Il cibo ha un valore, per la nostra salute e per l’ambiente, produrlo comporta uno sfruttamento di risorse. Buttarlo nella spazzatura, su cui tra l’altro paghiamo un’ulteriore tassa, è un controsenso“. Ma spesso accade: “Abbiamo osservato che in genere gli italiani fanno la spesa una volta a settimana accumulando grandi scorte, purtroppo però il frigo viene usato come dispensa per stipare gli alimenti, e non come strumento per conservarli, dove i ripiani hanno temperature diverse specifiche, adatte a farli durare più a lungo“.

La svolta culturale è un passaggio obbligato per la riduzione dello spreco di cibo del singolo anche fuori casa, ma ancora tarda a arrivare: “Pensiamo alla famosa doggy bag, che nei ristoranti anglosassoni si fa da tempo e da noi stenta a decollare, per una questione di mentalità” spiega SegréGià il nome che rimanda a un avanzo di seconda categoria, per il cane, e non per le persone, sminuisce il suo valore“.

E la normativa in materia non aiuta” interviene ancora sul tema la chef Cristina Bowerman, presidente dell’associazione Ambasciatori del Gusto.

Secondo Livia Pomodoro, presidente del Milan Center for Food Law and Policy, il problema è l’assenza di una visione di carattere generale: “Ognuno di noi nel suo piccolo cerca di fare qualcosa per contenere lo spreco di cibo. Ma mancano nuove leggi oltre la Gadda e la loro puntuale attuazione. Sappiamo che Milano è una città che prende molte iniziative in questo senso, ma il resto d’Italia?” si chiede.

In attesa che le istituzioni si diano da fare, le imprese private hanno iniziato a giocare un ruolo centrale nelle iniziative per ridurre lo spreco di cibo.

Per esempio, Whirlpool Corporation da quattro anni, mette a disposizione delle scuole primarie il progetto di educazione al consumo alimentare sostenibile e solidale, Momenti da non sprecare, per sensibilizzare i piccoli e le famiglie, e insegnare azioni mirate come l’acquisto degli alimenti, la loro conservazione, la cottura e il consumo.

L’iniziativa, tra Italia, Polonia, Slovacchia e Regno Unito ha coinvolto finora 5.600 scuole e 9.800 classi. E se venisse proprio dai bambini la soluzione al problema?

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