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Preoccupati dal Coronavirus?

città: Milano - pubblicato il:
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Cosa ci preoccupa di più in questo momento? Il Coronavirus (o Covid-19)? l’inquinamento, la crisi climatica, la crisi sociale, la crisi psicologica, quella economica?

Prima di rispondere diamo un occhio all’etimologia della parola preoccupazione, che deriva dal latino praeoccupare = occuparsi prima, prevenire.

Pertanto, il termine preoccupazione indica lo stato d’animo di colui che cerca soluzioni o rimedi a situazioni critiche o a eventuali pericoli futuri. Quindi a cosa stiamo cercando un rimedio? D’accordo, nell’immediato al Covid-19, ma poi?

Sono l’aria inquinata e la crisi climatica le minacce di cui dovremmo occuparci. Anche perché siamo tutti esposti e in continuazione a questa pericolosa situazione.

L’inquinamento atmosferico è causa di quasi 9 milioni di decessi l’anno. Il dato è emerso da uno studio (pubblicato su Pnas.org) messo a punto da oltre 50 scienziati provenienti da tutto il mondo che hanno potuto calcolare i decessi basandosi sulla misura diretta delle concentrazioni di polveri sottili Pm2,5 di tutto il globo.

Le misure sono poi state incrociate con i casi di tumore al polmone, ictus, ischemie, infezioni polmonari e malattie cronico-ostruttive.

Lo studio conferma ulteriormente il ruolo negativo dell’inquinamento sul diabete e nelle malattie neurodegenerative. Solo in Italia l’inquinamento dell’aria è la causa di circa 80mila decessi l’anno.

Nove persone su dieci nel mondo vivono in luoghi in cui si respirano inquinanti ogni giorno. Emissioni da industria, trasporti, agricoltura, riscaldamento domestico. Cause in parte comuni con la catastrofe della crisi climatica. Che c’entra il clima con la salute?

L’Oms stima che fra il 2030 e il 2050 causerà 250.000 vittime in più ogni anno per malnutrizione, malaria, diarrea e malori da calore. Secondo i ricercatori dell’Ipcc entro il 2100 le perdite economiche dovute all’emergenza climatica oscilleranno tra gli 8,1 e i 15 trilioni di dollari. Certo, molti di noi a quella data non saranno neanche più polvere.

Quindi, perché preoccuparsi anche per questo? Già, le preoccupazioni sono tante e un problema non esclude l’altro. Anzi lo ingigantisce. Alla fine scatta una sorta di selezione dei rischi in cui credere o meno. Per i quali passare le notti insonni.

E poi il Coronavirus, malgrado sia invisibile, molto più invisibile delle trasformazioni climatiche che vediamo e viviamo sulla nostra pelle tutti i giorni, è comunque identificabile, magari anche solo con una mascherina. Che pure è inutile.

Poi forse c’è un vissuto antropologico e storico in più, che fa propendere ad avere più paura dei virus piuttosto che del clima impazzito: la storia ci racconta dei morti di Spagnola, di Asiatica, di Sars.

Non ci sono ancora capitoli aperti nelle pagine della storia sulle alluvioni, sullo scioglimento dei ghiacciai, sull’inquinamento degli oceani. Forse neanche nei liibri di scienze: ma in fondo… quanti di noi tengono presente i dettami della storia?

Intanto, è il momento di ricomporre i pezzi della quarantena in cui ci siamo trovati in maniera adeguata. Anche per superare i danni economici creatisi con lo slittamento di fiere, eventi, incontri. La paralisi cui non siamo affatto abituati ci deve insegnare qualcosa.

“Ci troviamo di fronte alla prima emergenza mediatica – ha commentato Roberto Race, segretario generale del think tank Competere.EU durante un’intervista a Adnkronos/Labitalia -, a un’infodemia e a una circolazione eccessiva di informazioni contraddittorie. Sui social sono proliferate le informazioni fake. Ora è il momento che la Polizia Postale faccia la sua parte e che chi ha sbagliato, alimentando il panico, sia punito in maniera esemplare. A soffrire particolarmente in questi giorni sono Milano e il Nord”. Italia”.

Race avanza l’ipotesi che si potesse fare diversamente: “Di emergenze – fa notare- ne abbiamo tante, a partire dai terrorismi. Ma non mi pare che siano state chiuse le città nell’ipotesi di attacchi ma solo intensificata con grande discrezione l’attività di tutela e protezione. In questo i nostri apparati di sicurezza e i servizi stanno gestendo la situazione in maniera ineccepibile senza tanti clamori o sensazionalismi. Probabilmente, al contempo, si sono usati il lessico e l’approccio che usa la Protezione Civile, una grande eccellenza del nostro paese, nelle catastrofi naturali, senza capire che qui era una situazione diversa e si è fatto diventare ‘epicentro di un terremoto sanitario’ tutto il Paese”.

Allora torniamo sempre al punto di partenza che cosa preoccupa di più? Come si devono affrontare le preoccupazioni? Pensiamoci su.

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