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Ecco a voi, il primo jeans biodegradabile

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Il primo jeans biodegradabile porta la firma di Stella McCartney e dell’azienda tessile made in Italy Candiani. Il nuovo denim organico brevettato, dall’effetto stretch, ma privo di elastomeri

Il jeans, capo di abbigliamento più diffuso al mondo, è anche fra i più inquinanti. Stella McCartney, stilista inglese fra i pionieri della moda sostenibile, ha scelto per la sua nuova collezione di denim, l’azienda tessile lombarda Candiani, che ha brevettato il primo jeans biodegradabile al mondo.

La collezione che si compone di dieci pezzi è stata presentata di recente a Milano.

Il materiale utilizzato è realizzato in filati ricavati dalle piante e con l’ausilio della tecnologia Coreva Stretch brevettata da Candiani lo scorso novembre.

Questo tessuto consente di ottenere l’effetto elasticizzato avvolgendo il cotone organico attorno a uno strato di gomma naturale.

Il risultato è un materiale 100% biodegradabile, privo di plastica e microplastiche. Anche la lavorazione di questo denim è ecologica: consumi ridotti di acqua, coloranti e sostanze tossiche. Le tinture sono realizzate con la Kitotex Vegetal, sostanza ricavata dai funghi e dalle alghe marine.

I dieci pezzi della collezione denim saranno disponibili nei negozi e online da maggio 2020.

Feeling blue: il jeans biodegradabile salva l’ambiente

La produzione di jeans a livello globale raggiunge cifre enormi. Una gran parte di questa produzione si svolge in Paesi come Cina, Messico, India, Turchia, Bangladesh, dove la manodopera è a basso costo, le norme ambientali e i diritti dei lavoratori pressoché inesistenti.

Per produrre un paio di jeans sono necessari oltre 13mila litri di acqua, compresi quelli utilizzati per la coltivazione del cotone. Questo perché occorrono diversi passaggi in grandi vasche di colore per ottenere le sfumature del tessuto.

Le aziende più strutturate riciclano l’acqua di queste vasche e prima di eliminarla la depurano. Questo non succede nei Paesi meno sviluppati dove, per esempio, l’acqua inquinata dalle tinture viene scaricata nell’ambiente.

Qualche anno fa si è parlato del caso del distretto cinese di Xin Tang dove si trovano migliaia di piccoli laboratori produttori di jeans.

Per anni sono state sversate nei fiumi le acque inquinate delle produzioni conferendo agli stessi fiumi un colore azzurro e causando problemi di salute anche gravi agli abitanti.

Oltre al problema dell’utilizzo eccessivo di acqua e del suo smaltimento, i jeans subiscono lavorazioni e finissaggi altrettanto inquinanti. Uno su tutti, la sabbiatura per ottenere l’effetto stone washed che tanto piace agli acquirenti.

Ebbene la sabbiatura (sandblasting) avviene con potenti getti di sabbia sparata da un compressore. Il guaio è che i lavoratori respirano per ore polvere di silicio che provoca la silicosi, grave malattia polmonare.

Questo procedimento è stato bandito da decenni in Europa, ma in tanti altri Paesi purtroppo è ancora praticato.

Ancora una volta il consumatore può fare la differenza con le sue scelte leggendo le etichette, acquistando meno e meglio e prolungando la vita ai capi. Nel caso dei jeans non è difficile perché l’aspetto vissuto non ne riduce il pregio, anzi.

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