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Perdiamo fauna e flora

città: MIlano - pubblicato il:
Giornata Mondiale della natura selvatica

In occasione della Giornata mondiale della natura selvatica, il World Wildlife Day, istituita dall’Onu sette anni fa e che ricorre il 3 marzo, si è fatto il punto sulle specie a rischio estinzione

Non si arresta la distruzione di habitat naturali e il rischio di estinzione per molte specie animali e vegetali. È necessario intervenire modificando il nostro modo di vivere su questa terra.

Le notizie sullo stato di salute della flora e fauna selvatica non sono buone: quasi un quarto di tutte le specie sono attualmente a rischio di estinzione nei prossimi decenni.

Antonio Guterres, segretario generale dell’Onu, in occasione della Giornata Mondiale della natura selvatica ha manifestato tutta la sua preoccupazione perché le esigenze dell’umanità continuano a crescere a non si placa l’eccessivo sfruttamento delle risorse naturali in tutto il mondo.

Il prossimo ottobre si terrà in Cina una conferenza mondiale sulla tutela della biodiversità cui parteciperà anche l’Unione Europea che sta preparando un piano comune che coinvolge tutti gli stati membri. La Comunità Europea ha elaborato il report sulla Direttiva Habitat per proteggere le specie più minacciate dal rischio estinzione.

I dati sulla situazione della natura italiana non sono positivi come dichiara il Wwf.

Infatti delle 570 specie italiane protette dalla direttiva Habitat, solo 248 (43%) mostrano uno stato di conservazione favorevole. Purtroppo ben 206 (36%) presentano ancora uno stato di conservazione inadeguato e 93 (16%) addirittura sfavorevole. Del restante 5% non si hanno dati sufficienti per una valutazione secondo gli standard europei.

Giornata Mondiale della natura selvatica: le specie più a rischio

Tra i diversi gruppi di animali considerati (esclusi gli uccelli, tutelati da una specifica direttiva), i più a rischio sono i pesci (a rischio estinzione specie quali storione cobice, barbo canino e trota macrostigma) con oltre l’80% delle specie considerate che presentano uno stato di conservazione non favorevole, il 39% addirittura cattivo e con trend di popolazione in diminuzione.

Seguono gli anfibi, con il 64% delle specie in cattivo o inadeguato stato di conservazione (fortemente minacciati ululone appenninico, tritone crestato italiano e salamandra di Aurora); ma anche i mammiferi (lince, foca monaca, orso marsicano, pipistrelli) non se la passano bene: in media, solo 4 specie su 10 tra quelle presenti in direttiva presentano uno stato di conservazione favorevole.

La situazione appare lievemente migliore per i rettili (67% in buono stato) e gli artropodi (insetti, ragni… 53%). Anche per le piante, solo il 46% presenta uno stato di conservazione favorevole, che però scende al 21% per muschi e licheni. Tra le specie che rischiamo di perdere: l’abete dei Nebrodi e il ribes di Sardegna.

Lo stato degli habitat

Anche la situazione a livello dei diversi ambienti naturali è tutt’altro che positiva. Appena il 10% di quelli in direttiva (pari a 26 tipi di habitat) presenta infatti un buono stato di conservazione, che risulta invece inadeguato per 47% (124 habitat) e addirittura cattivo per il 39% di essi (102 habitat), per il restante 4% non ci sono dati sufficienti alla valutazione.

Tra gli habitat che presentano, in media, le peggiori condizioni troviamo quelli dunali, quelli di acqua dolce, torbiere e acquitrini, nessuno dei quali (0%) è in uno stato di conservazione favorevole.

Per gli habitat dunali, in particolare, il 71% di quelli tutelati dalla direttiva sono in cattivo stato e in regressione, così come il 47% di acqua dolce, il 39% delle praterie, il 28% di torbiere e acquitrini, ma anche il 21% delle foreste, che includono gli habitat tutelati dalla Direttiva più estesi d’Italia (oltre 17.000 km2).

Solo per lande e arbusteti temperati la maggioranza degli habitat (55%) è in uno stato di conservazione favorevole, percentuale che scende al 26% per gli habitat costieri e marini, 15% sia per quelli rocciosi sia per le macchie di sclerofille.

Quali sono le cause?

È stato fatto anche uno studio per individuare le cause principali del deterioramento delle condizioni di vita delle specie a rischio.

Al primo posto si trova l’agricoltura che interessa oltre il 68% degli habitat protetti dalla direttiva, al secondo si trovano le specie aliene ovvero animali o piante trasportati volontariamente o involontariamente dall’uomo in aree geografiche diverse da quelle in cui si sono originate creando squilibri ecologici agli ecosistemi locali, che impattano il 58% degli habitat naturali.

Al terzo posto lo sviluppo di infrastrutture a uso industriale, commerciale, residenziale e ricreativo che impatta quasi il 56% degli habitat.

Infine ci sono altre cause come attività forestali, modifiche dei regimi idrici legate alle attività umane e ai cambiamenti climatici e processi naturali che favoriscono alcuni habitat distruggendone altri.

Bisogna ricordare che i dati non sono esaustivi in quanto in molti casi enti e regioni non hanno provveduto ai monitoraggi necessari per valutare con precisione lo stato di conservazione della biodiversità nel nostro Paese.

Marco Galaverni, direttore scientifico del Wwf ha dichiarato: “Purtroppo siamo ancora ben lontani dal riuscirci, per questo speriamo che il 2020 sia finalmente un anno di svolta in cui governi, regioni, comuni, aziende e singoli cittadini comprendano che senza natura non possiamo vivere e si attivino per conservarli con ambizione e coraggio. Non possiamo più rimandare“.

Questo è un argomento prioritario. Se non capiamo che distruggendo gli habitat e perdendo biodiversità piano piano arriveremo anche a compromettere seriamente la nostra esistenza su questa terra. Se non abbiamo cura per le altre specie e l’antispecismo purtroppo è ancora un concetto sconosciuto ai più, almeno agiamo per salvare la nostra.

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