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Smart working: le crisi stimolano la creatività e il cambiamento

pubblicato il: - ultima modifica: 2 Giugno 2020
smart working
foto di bongkarn thanyakij (Pexels)

Aziende e scuole scoprono improvvisamente lo smart working e si adattano a un nuovo modo di lavorare e di studiare; l’adattamento è la qualità fondamentale per affrontare la nuova situazione. E poi il futuro sarà probabilmente tutto diverso

Le situazioni emergenziali richiedono un adattamento nei propri comportamenti, a volte anche brusco e doloroso. Come è certamente la situazione odierna che obbliga i lavoratori – tutti quelli abilitati a farlo – e gli studenti ad adottare strumenti di smart working e di smart learning.

Non è propriamente una novità però: di smart working in Italia si parlava già dieci anni fa, quando il Politecnico di Milano iniziava a parlare di lavoro agile e di flexible work, raccogliendo dati e sviluppando ricerche sull’argomento.

Ma rispetto a quei tempi lo smart working è diventato ben altra cosa.

Il lavoro agile nasce in un’ottica di conciliazione tra vita privata e vita lavorativa, in particolare in un ambito di pari opportunità, mentre lo smart working si occupa dei modelli organizzativi e delle modifiche relative dettate dalle nuove tecnologie – spiega Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio Hr Innovation Practice e dell’Osservatorio Smart Working e docente di Leadership and Innovation alla School of Management del Politecnico di Milano – Lo smart working è un modello di organizzazione del lavoro che si basa sulla maggiore autonomia del lavoratore che, sfruttando appieno le opportunità della tecnologia, ridefinisce orari, luoghi e in parte strumenti della propria professione. È un concetto articolato, che si basa su un pensiero critico che restituisce al lavoratore l’autonomia in cambio di una responsabilizzazione sui risultati, mentre il telelavoro comporta dei vincoli ed è sottoposto a controlli sugli adempimenti“.

Va da sé però che in un momento di emergenza l’aspetto organizzativo di questa nuova modalità di lavoro viene superato, obbligando le aziende a inventarsi un sistema che consenta loro di non chiudere del tutto le attività lavorative.

Attualmente, secondo i dati dell’osservatorio del Politecnico di Milano, lo smart working è in crescita in Italia, anche se i dati attuali rappresentano solo la punta dell’iceberg; infatti sono ancora pochi i progetti sistemici, che ripensano e ridisegnano i modelli di organizzazione lavorativa nelle aziende, aumentando flessibilità, autonomia e responsabilizzazione dei lavoratori italiani.

Gli smart workers erano circa 480.000 nel 2018 e sono passati l’anno dopo a quota 570.000. Ma il numero dei lavoratori italiani potenzialmente interessati da questa riorganizzazione lavorativa sono almeno 10 volte tanti.

Il concetto di smart working si sposa bene con la capacità di innovare, di utilizzare nuove tecnologie, di coltivare una cultura dell’errore e della decisione rapida: elementi riscontrabili soprattutto nelle startup ma che, invece, nelle aziende tradizionali richiedono un profondo cambiamento di mentalità. Fenomeno accelerato nel corso delle emergenze.

Come ci spiega Enrico Noseda, Chief Innovation Advisor di Cariplo Factory: “Le crisi stimolano la creatività e il cambiamento, perché le aziende, per fronteggiare l’emergenza, sono costrette a ragionare sulle priorità. Una condizione tipica delle startup, organizzazioni che hanno l’efficienza e la velocità nel loro Dna: dispongono di risorse limitate, dunque sono abituate a ottimizzare per lavorare massimizzando i risultati.

L’emergenza che stiamo vivendo in Italia a causa del Covid-19 ha sicuramente obbligato tutte le aziende a ragionare come se fossero startup. Ed è questa la soluzione che può permettere loro di uscire dalla crisi: il cambiamento. Forse questa digital transformation obbligata ci può aiutare ad apprezzare gli effetti positivi di nuovi assetti tecnologici e un nuovo approccio culturale, soprattutto nel lavoro“.

enrico noseda - smart working
Enrico Noseda

Gli strumenti ci sono perché la tecnologia ormai è matura…

Videoconferenze, selezione del personale, video in streaming, ma anche percorsi di apprendimento a distanza. In questa circostanza tutti stiamo apprezzando la tecnologia che ci permette di affrontare un’emergenza grave senza stravolgere eccessivamente le nostre vite. Almeno sotto l’aspetto professionale.

Se da un lato a tutti sono stati richiesti sacrifici, come la rinuncia a molti contatti sociali, per rallentare quanto possibile la diffusione di una malattia con la quale probabilmente dovremo imparare a convivere per un po’, dall’altro abbiamo la possibilità di cogliere una nuova sfida per cambiare e migliorare il nostro approccio al lavoro” continua Noseda.

La tecnologia che già oggi abbiamo a disposizione ci permette di lavorare riducendo al minimo gli incontri fisici: infatti l’efficienza e l’efficacia di quello che facciamo non è diminuita, anzi in molti casi è addirittura aumentata. Gli strumenti per cambiare il modo di lavorare li abbiamo e, oltre alle tante piattaforme più note, ci sono anche soluzioni di matrice italiana“.

Abilitatori di questo nuovo modo di lavorare sono spesso le startup e in Italia gli esempi virtuosi e interessanti sono molti.

A partire da Bandyer, una soluzione di comunicazione e collaborazione integrata che permette di vivere l’ufficio da casa, o da Yobstech, portale che semplifica i colloqui di lavoro utilizzando l’analisi delle videocomunicazioni per trarre tutte le informazioni necessarie sui candidati.

House264 aiuta a realizzare eventi digitali, che non richiedono la presenza delle persone in un unico luogo, con streaming e produzioni video interattive. Fattureincloud permette invece alle aziende di gestire da remoto tutta la contabilità, mentre Fluida digitalizza i processi per la gestione del personale e dei collaboratori esterni.

E ancora Redooc, piattaforma di formazione a distanza dedicata alla matematica per studenti dalla scuola Primaria all’Università, o anche Uniwhere, soluzione che aiuta gli studenti universitari a ottimizzare il proprio percorso accademico.

Per finire con ForTune, startup di Reggio Emilia che propone una piattaforma di podcast con mini-storie di qualità in base all’argomento scelto dall’utente.

Insomma, se le soluzioni ci sono, va invece costruito l’approccio culturale allo smart working e allo smart learning?

Quello che serve veramente è un cambio di paradigma che parte da un nuovo rapporto di fiducia tra impresa e dipendente, che non valuti più la qualità del lavoro in base alle ore passata alla scrivania, bensì sui risultati raggiunti.

D’altra parte, in un ecosistema sempre più competitivo chi non sa cambiare è destinato a soccombere. La crisi di un virus che cresce in maniera esponenziale diventa quindi un’opportunità per stimolare la creatività e il cambiamento. Sebbene le preoccupazioni siano grandi, dobbiamo cogliere il lato positivo della situazione: oggi siamo costretti a metterci in gioco, a sperimentare soluzioni nuove.

Fare resistenza è controproducente, meglio provare, in un certo senso anche a rischiare, con la consapevolezza che anche gli errori ci aiuteranno a crescere. E fare notevoli passi avanti in termini di innovazione. È inutile girarci intorno, accelerare l’approccio al digitale è l’unico modo per garantire la sopravvivenza di molte aziende.

Chi riuscirà a farlo, seppure forzato da agenti esterni, uscirà dalla crisi più forte di prima e pronto ad affrontare e superare nuove sfide” conclude Noseda.

Inoltre i vantaggi ecologici dello smart working sono evidenti. Così come le ricadute sulla scuola.

Maria Beatrice Zavelani Rossi insegna matematica al liceo classico Manzoni di Milano. Ha trascorso i primi giorni dopo la chiusura delle scuole ad attrezzarsi.

Prima reperire i libri di testo digitali, perché i miei libri erano rimasti a scuola – racconta – Seconda cosa: sperimentare le possibile piattaforme per didattica online, preferibilmente in sincrono. Molte riunioni a distanza con i colleghi di materia, per individuare gli strumenti più idonei. Ci è voluta circa una settimana di lavoro.

E ora quali strumenti usa?

Sul tablet ho ebook con il libro di testo. Su un pc più moderno faccio le videoconferenze. Su un vecchio pc tengo aperto il registro elettronico. Smartphone per immagini o avvisi da inviare al volo. Forse non tutto in perfetta regola con la privacy, ma credo ci sia una finalità che giustifica i mezzi.

Come rispondono gli studenti?

Splendidi. Sono loro che mi hanno dato molti suggerimenti per scegliere i software migliori e si sono prestati a esperimenti di collegamento, a volte difficoltosi e fallimentari.

Credo che la fase in cui ricevevano solo compiti di ripasso sia stata per loro un po’ noiosa. La videolezione li coinvolge molto, specialmente se c’è possibilità di vedersi reciprocamente in faccia e interagire.

So che usano riunioni online per studiare insieme, modalità che trovo molto utile in questa fase in cui devo imparare a imparare.

Difficoltà incontrate?

L’instabilità della connessione. Devo capire se è la mia rete di casa, la piattaforma sovraffollata o altro. Talvolta il video funziona a scatti. Inoltre, avrei bisogno di un tablet su cui scrivere come se fosse una lavagna.

Esistono, ma dovrei acquistarlo. Per fare matematica è fondamentale. Per ora mi arrangio inquadrando con la telecamera il foglio su cui scrivo.

Aspetti positivi?

La scuola uscirà molto cambiata, dopo questa esperienza. Penso alle riunioni tra professori che si potranno tenere online, senza necessità di aperture straordinarie e turni del personale.

I bidelli sono pochi, ne servirebbero di più al mattino per vigilare sui ragazzi, anziché turnare sui pomeriggi di riunione.

E poi ricevimento genitori via skype. Ho sperimentato anche quello. Perché no, se può risolvere chi ha difficoltà a venire a scuola. E in futuro, studenti costretti a casa per malattia… Ci stiamo facendo una grande competenza.

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