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L’inquinamento potrebbe favorire la diffusione del Coronavirus

città: Milano - pubblicato il:
inquinamento e coronavirus
foto di cottonbro (Pexels)

Il nesso tra la diffusione del Covid19 e l’inquinamento delle aree in cui i focolai principali si sono sviluppati è più di una sensazione; i fattori climatici coinvolti nella crescente frequenza di epidemie degli ultimi decenni sono infatti molti

L’esplosione di epidemie come quella del Coronavirus hanno molto a che fare con l’ambiente: lo denuncia Greenpeace citando autorevoli fonti scientifiche.

Come Giovanni Maga, direttore dell’Istituto di Genetica molecolare del Cnr-Igm di Pavia, che spiega come i fattori coinvolti nella crescente frequenza di epidemie degli ultimi decenni siano ormai molteplici: “Cambiamenti climatici che modificano l’habitat dei vettori animali di questi virus, l’intrusione umana in un numero di ecosistemi vergini sempre maggiore, la sovrappopolazione, la frequenza e rapidità di spostamenti delle persone“.

Un allarme non recente però, visto che già in un rapporto del 2007 relativo agli scenari futuri della salute l’Oms – Organizzazione Mondiale della Sanità – avvertiva del rischio di aumento per epidemie virali “in un mondo dove il delicato equilibrio tra uomo e microbi viene alterato da diversi fattori, tra i quali i cambiamenti del clima e degli ecosistemi“.

Insomma, la Natura in qualche modo si sta difendendo dagli attacchi antropogenici, cercando di ritrovare un suo equilibrio.

Tre coronavirus in meno di vent’anni – Sars, Mers, Covid19 – rappresentano un forte campanello di allarme. Sono fenomeni legati anche a cambiamenti dell’ecosistema: se l’ambiente viene stravolto, il virus si trova di fronte a ospiti nuovi – spiega Ilaria Capua, virologa che dal 2016 dirige uno dei dipartimenti dell’Emerging Pathogens Institute dell’Università della Florida – Se intervieni su un ecosistema e, nel caso, lo danneggi, questo troverà un nuovo equilibrio. Che spesso può avere conseguenze patologiche sugli esseri umani“.

E l’ambiente è sotto forte pressione in certe zone del mondo – tra le quali la Pianura padana, dove si sono sviluppati i potenti focolai italiani – evidenziando la probabile relazione tra l’inquinamento da Pm10 e il numero di infezioni da Covid19.

È quanto evidenzia uno studio curato dalla Società italiana di Medicina Ambientale (Sima) e quanto hanno provato sul campo Leonardo Setti dell’Università di Bologna e Gianluigi de Gennaro dell’Università di Bari, che hanno studiato i dati di inquinamento delle centraline di rilevamento dell’Arpa, registrati nel periodo tra il 10 e il 29 febbraio, incrociandoli con i dati del contagio da Covid19 riportati dalla Protezione Civile, aggiornati al 3 marzo per tenere conto dei tempi di incubamento della malattia.

Ne esce una chiara relazione tra i superamenti dei limiti di legge delle concentrazioni di Pm10 e Pm2,5 e il numero di casi infetti da Covid19.

Per questo motivo abbiamo voluto capirne di più, chiedendo a Gianluigi de Gennaro, presidente presso Centro d’Eccellenza per l’Innovazione e la Creatività Università degli Studi di Bari Aldo Moro, una spiegazione ai risultati ottenuti dal suo studio.

Gianluigi de Gennaro
Gianluigi de Gennaro, presidente presso Centro d’Eccellenza per l’Innovazione e la Creatività Università degli Studi di Bari Aldo Moro

Proviamo a prendere i dati in mano e proiettarli: cosa avete visto?

Curve di contagio anomale in Pianura padana rispetto alle altre aree italiane comunque interessate dall’infezione (anche successivamente). Letteratura sulla diffusione di virus veicolata da particelle in atmosfera.

Alte concentrazioni di Pm10 in atmosfera nel mese di febbraio proprio in quella aree dove a distanza di giorni le curve mostrano incrementi anomali.

Che picchi avete analizzato?

Abbiamo messo in relazione il numero dei superamenti medi del limite per le Pm10 (50ug/m3) nel periodo 10-29 febbraio con il numero di contagi dal 21 febbraio in poi. Periodi lunghi perché i tempi di incubazione sono variabili (fino a 15 giorni).

Dunque ora che l’inquinamento sembra essersi attenuato c’è la possibilità di essere più resilienti al Coronavirus?

Non è proprio così. Le province della Pianura padana stanno registrando superamenti anche in questi giorni con le attività ferme.

Bisogna ridurre al minimo le emissioni, non solo quelle autoveicolari, ma anche quelle industriali e del riscaldamento. La meteorologia di quell’area non è favorevole alla dispersione degli inquinanti…

Che cosa consigliate di fare?

Ridurre le emissioni al minimo e le distanze tra le persone al massimo. Ridurre i contatti al minimo in termini di frequenza e numerosità.

Serve anche la pulizia delle strade, per abbattere il particolato?

Se non si risospendono particelle, sì. Servirebbe anche utilizzare acqua nel caso di eventi estremi e nelle aree ad alta densità abitativa, l’hanno fatto anche in Cina.

In casa cosa conviene fare visto che oggi ci si passa molto tempo?

È difficile pensare di aumentare le distanze in casa. Per gli studi che faccio sulla qualità dell’aria indoor mi sento di ricordare che per migliorare la qualità dell’aria negli ambienti confinati occorre arieggiarli frequentemente soprattutto in questi periodi di utilizzo intensivo e popolato.

Da dov’è nata l’intuizione di fare queste analisi incrociate su inquinamento ed epidemia?

Leonardo Setti e Fabrizio Passarini mi hanno chiesto se ritenessi casuale il fatto che l’epidemia si fosse diffusa così velocemente in Pianura padana, considerate le mie conoscenze circa i fenomeni di inquinamento dell’atmosfera… abbiamo quindi cominciato a studiare la letteratura d’ambito, verificando che c’erano altri studi sulla diffusione di virus, veicolati da materiale particellare.

Come si è composta la cordata di studio?

Abbiamo coinvolto colleghi ed esperti per raccogliere i dati e interpretarli con l’opportuno consenso che richiede il metodo scientifico.

Perché è importante evidenziare che l’interpretazione dei dati è particolarmente complessa quando il fenomeno ha numerose variabili che lo determinano, a volte relazionate tra loro, e quando i dati non sono sufficientemente accurati per fare ipotesi assolute.

Clima ed epidemie, una relazione evidente

Insomma clima e infezioni sono collegati e legati, come mostra anche il Lancet Countdown Report 2019, che associa i cambiamenti climatici a un’aumentata diffusione delle patologie infettive: in un Pianeta più caldo, virus, batteri, funghi, parassiti potrebbero trovare condizioni ideali per esplodere, diffondersi, ricombinarsi, con un aumento tanto della stagionalità quanto della diffusione geografica di molte malattie.

Greenpeace nel Rapporto sul riscaldamento della Terra – pubblicato nel 1990 – aveva raccolto le teorie dell’epidemiologo Andrew Haines, poi diventato direttore della London School of Hygiene & Tropical Medicine, sugli effetti secondari dei cambiamenti climatici che ammoniva che “la diffusione dei vettori di malattie dovrebbero essere causa di preoccupazione“.

Insomma se per il Coronavirus il meccanismo identificato dagli scienziati è un salto di specie innescato dalla promiscuità con animali selvatici, amplificato dall’inquinamento e dalla concentrazione umana nelle megalopoli e trasportato dalla globalizzazione, la crisi climatica suggerisce scenari ancora più pericolosi.

Come per esempio il riemergere dai ghiacci dei Poli o dai ghiacciai dell’Himalaya di virus antichi, che pensavamo di avere debellato per sempre, o di patologie che non conosciamo affatto.

Ecco perché l‘insegnamento dell’emergenza Coronavirus deve essere un ripensamento del rapporto uomo-ambiente e un cambiamento, rapido, del nostro modo di vivere che deve diventare più sostenibile e certamente anche più solidale.

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