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Privacy e contrasto alla pandemia, l’approccio di Mit Safe Paths

città: Milano - pubblicato il:
mit safe paths

Emergenza Coronavirus, lock down e necessità di tracciare gli spostamenti dei contagiati, un tema che mette la gestione della nostra privacy sotto i riflettori. Gli strumenti digitali sviluppati dal Mit Safe Paths propongono un differente approccio al tracciamento dei contatti

In Cina e Corea del Sud, tra le misure utilizzate per contrastare il diffondersi del virus, c’era anche l’utilizzo di applicazioni tecnologiche in grado di tracciare gli spostamenti delle persone risultate contagiate al Covid-19. Cosa certamente utile ma che solleva più di una domanda sulla gestione della privacy.

Già oggi in Italia è possibile controllare gli spostamenti delle persone controllando le celle telefoniche e il movimento delle relative utenze; anche i Gps e i dati che Google raccoglie grazie al suo servizio Mappe – usato da una miriade di applicazioni tra le più diverse – tracciano le persone e i loro spostamenti.

Anche in questo caso la privacy è data per scontata e non sempre gestita trasparentemente… non ci dovrebbe essere un conflitto tra salute e privacy, ma serve un nuovo approccio che tenga conto della privacy delle persone, permettendo però alle Autorità di applicare tutte le forme di contenimento e di sicurezza necessarie.

Proprio in questa direzione va il progetto Mit Safe Paths, al quale prendono parte anche alcuni ricercatori italiani, che partecipa all’iniziativa del Governo per il contenimento dell’emergenza sanitaria Covid-19, Innova per l’Italia.

Mit Safe Paths è un insieme di piattaforme e di strumenti digitali open source che può aiutare a fronteggiare la diffusione del Sars-CoV-2 senza sacrificare sull’altare della sicurezza sanitaria la tutela della privacy individuale.

Il progetto – nato all’interno del prestigioso Mit (Massachusetts Institute of Technology) – è guidato dal professor Ramesh Raskar del Mit Media Lab, coadiuvato da un team internazionale di esperti e ricercatori di importanti centri universitari – Mit, Harvard, Stanford, mentor di enti e istituzioni, come l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il Ministero della Sanità degli Stati Uniti, rappresentanti di agenzie governative ed enti accademici in Canada, Germania, India, Italia, Regno Unito e Vietnam.

La tecnologia Mit Safe Paths consentirà di segnalare ai cittadini via smartphone un possibile contatto avvenuto con una persona risultata positiva, preservando la privacy sia dell’utente del cellulare sia del soggetto contagiato.

Mit Safe Paths è composta da un’app per smartphone PrivateKit e dall’applicazione web Safe Places. La prima – combinando i dati dei segnali Gps e Bluetooth del cellulare – permetterà all’utente di confrontare un diario personale delle localizzazioni salvate sul proprio dispositivo con la cronologia delle posizioni di eventuali soggetti contagiati.

Safe Places, invece, metterà le autorità sanitarie in grado di tracciare le localizzazioni dei soggetti contagiati, proteggendo la privacy sia di questi ultimi sia dei luoghi che hanno frequentato, aggregando le informazioni che PrivateKit utilizzerà.

Tutto nella più stringente attenzione alla privacy: i soggetti potenzialmente esposti al rischio di contagio non condivideranno i loro dati ma il confronto tra i dati forniti dal sistema sanitario e quelli custoditi sugli smartphone avverrà sul loro cellulare.

Inoltre, i pazienti ai quali è stato diagnosticato il virus potranno decidere se condividere volontariamente il proprio registro delle localizzazioni con le autorità sanitarie.

Oltre alla diagnosi rapida e all’isolamento dei casi di contagio sospetti o confermati, la possibilità di informare velocemente i cittadini nel caso in cui siano stati a contatto con un soggetto risultato positivo si rivela un fattore vitale per limitare la diffusione del virus – afferma Francesco Benedetti, ricercatore post-dottorato al Dipartimento di Ingegneria Chimica del Mit – A oggi, il processo di raccolta delle informazioni utili per il tracciamento dei contatti richiede molto tempo, è incompleto e soggetto a errori di memoria, sottrae risorse agli operatori sanitari e genera alcune preoccupazioni in merito alla privacy“.

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