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Gli allevamenti inquinano: vediamo come, quanto e perché

città: Milano - pubblicato il:
allevamenti inquinano
foto da PxHere

Gli allevamenti inquinano e questo settore non è più sostenibile: lo conferma anche l’ultimo convegno organizzato dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra)

È confermato: l’80% delle emissioni di gas serra del settore agricoltura (che di per sé pesa circa il 7% sulle emissioni di gas serra) deriva dagli allevamenti. Il dato è stato ribadito da Ispra all’interno del suo ultimo rapporto basato anche sui dati del National inventory Report 2020.

Il problema è enorme ed è globale… Come conferma l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (Fao) gli allevamenti inquinano contribuendo infatti per più del 14% al totale delle emissioni di gas serra antropiche.

Le emissioni legate a questo settore sono principalmente causate dalla produzione di mangimi e dalla loro digestione, per il 45 e il 39 percento rispettivamente.

Attraverso il naturale processo biologico di fermentazione enterica e deiezione, questi animali incidono fortemente sul carbon footprint emettendo anidride carbonica, metano e ossido di diazoto.

Tra questi il più impattante è il gas serra metano (CH4) che rappresenta il 44% di emissioni di gas serra provenienti da fermentazione enterica e deiezioni e con una capacità di riscaldamento dell’atmosfera 25 volte superiore alla più citata anidride carbonica (CO2).

Gli allevamenti inquinano e non hanno impatti legati solo alle emissioni

L’insostenibilità del settore degli allevamenti non riguarda però solo le emissioni di gas serra. Infatti, nonostante i regimi di governance ambientali che hanno segnato i milestone più importanti nella lotta contro il cambiamento climatico – come il Protocollo di Kyoto del 1997 e l’Accordo di Parigi del 2015, che hanno individuato nelle emissioni di gas serra il problema centrale al cambiamento climatico – indicatori di impatto ambientale come l’ecological footprint e il water footprint confermano l’insostenibilità ambientale del settore degli allevamenti e in particolare dei bovini, in grado di modificare la quantità e la qualità del suolo disponibile e di incidere sulla risorsa idrica mondiale.

Ma cosa intendiamo quando parliamo di ecological footprint? Questo indicatore è in grado di calcolare la superficie di terra biologicamente produttiva necessaria per fornire le risorse che una data popolazione necessita per ciò che consuma e per assorbire i suoi scarti.

Nel documento Prospettive agricole 2019-2028 elaborato dalla Fao e dall’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), il consumo mondiale pro capite di carne dovrebbe segnare un aumento rispetto al periodo di riferimento preso in considerazione (2016-18).

Questo, aggiunto a un aumento demografico previsto nel 2050 pari a 10 miliardi di persone, condurrà molto probabilmente a una ricerca di ulteriori appezzamenti di terreno da dedicare al settore degli allevamenti.

Tra le vicende più note vi è quella degli incessanti incendi della foresta amazzonica, spesso commessi da allevatori incuranti di star distruggendo non solo un patrimonio dell’umanità per flora, fauna e comunità autoctone, ma anche di incidere sulla qualità del suolo stesso compromettendone la fertilità.

Per quanto riguarda invece il water footprint? Questo indicatore mostra la quantità di risorsa idrica globale utilizzata, in modo diretto e indiretto, per la produzione di un bene o servizio.

Sempre secondo la Fao, la sola agricoltura irrigua è responsabile del 70 percento dei prelievi di acqua dolce a livello globale e per la produzione di un chilo di carne bovina sono necessari circa 15mila litri di acqua, la maggior parte dei quali deriva proprio dall’utilizzo della risorsa idrica nei campi per la coltivazione del mangime.

La situazione in Italia: ecco dove gli allevamenti inquinano maggiormente

Ponendo l’attenzione sull’Italia, si registra che la maggiore presenza di allevamenti bovini si trova in Lombardia. Come infatti conferma la Relazione annuale al PNI 2018 del Ministero dell’Ambiente, in questo territorio sono presenti 13.875 allevamenti.

Se inoltre si considera che, come sottolineato durante il convegno Ispra da Daniela Romano, responsabile della sezione degli inventari in atmosfera, in Italia la maggior parte delle emissioni del settore deriva proprio dal bestiame bovino (quasi il 70%), diverse domande sorgono spontanee: quanto quest’area potrà reggere questi numeri? Per quanto ancora sarà possibile garantire la sostenibilità ambientale?

La presenza di così tanti capi bestiame, la cattiva gestione dei liquami e un’importante presenza del virus in questa area di Italia, hanno inoltre fatto avanzare l’ipotesi di una correlazione tra settore degli allevamenti e la diffusione del Covid-19.

Più il numero di capi bestiame è alto, più elevata sarà chiaramente la produzione di liquami. In un position paper pubblicato dalla Società italiana di medicina ambientale sono stati presi come oggetto di considerazioni e analisi proprio i liquami prodotti dal settore degli allevamenti, evidenziando la possibile relazione circa l’effetto dell’inquinamento da particolato atmosferico e la diffusione di virus nella popolazione.

Questi liquidi vengono stoccati in grandi vasche per poi essere smaltiti nei campi in determinati periodi dell’anno. La loro evaporazione arricchisce l’atmosfera di ammoniaca, che contribuisce alla formazione di particelle molto fini (particolato) che si disperdono nell’aria.

Il documento evidenzia inoltre come il particolato derivato dagli allevamenti intensivi potrebbe aver contribuito alla diffusione del Covid-19 nel territorio della Pianura Padana. Infatti, è stata individuata una correlazione tra uno sforamento di PM10 a febbraio e, nello stesso periodo, un’importante diffusione dell’epidemia di Covid-19 nell’area della Pianura Padana, dove si è infatti presentata la concentrazione dei maggiori focolai rispetto al resto d’Italia.

Tuttavia, rispetto a questa tematica non ci sono evidenze scientifiche condivise da tutta la comunità di esperti. Infatti, come dichiarato dal Centro documentazione Arpae Emilia Romagna, pur riconoscendo al PM la capacità di veicolare particelle biologiche (batteri, spore, pollini, virus, funghi, alghe, frammenti vegetali), appare implausibile che i Coronavirus possano mantenere intatte le loro caratteristiche morfologiche e le loro proprietà infettive anche dopo una permanenza più o meno prolungata nell’ambiente outdoor. Temperatura, essiccamento e UV danneggiano infatti l’involucro del virus e quindi la sua capacità di infettare.

Le strategie di mitigazione in atto

Se gli allevamenti inquinano, cosa ci aspetta ora?  Come spiegato durante il convegno Ispra del 21 aprile da Eleonora Di Cristofaro, ricercatrice della sezione emissioni in atmosfera del settore agricoltura, sono state ideate strategie di mitigazione nazionali ed europee volte a ridurre le emissioni di gas serra, anche del settore dell’agricoltura e degli allevamenti.

A livello nazionale, per esempio, il Ministero dell’Ambiente sta definendo la Strategia di decarbonizzazione al 2050, che prevede emissioni nette pari a zero.

In secondo luogo, il Regolamento europeo Effort sharing stabilisce che alcuni settori, tra cui quello dell’agricoltura, dovranno ridurre le emissioni del -13% al 2020, del -33% al 2030, rispetto al 2005.

Infine, la Direttiva Nec, direttiva europea che fissa dei tetti di emissione per alcuni inquinanti atmosferici, tra cui ammoniaca e PM, fissa degli obiettivi di riduzione al 2020 e al 2030, che per l’ammoniaca sono -5% e -16% e per il PM2.5 sono -10% e -40% rispetto al 2005.

Tuttavia, è anche vero che, a differenza di altri settori, le emissioni derivanti dal settore dell’agricoltura e da quello degli allevamenti, proprio per la loro peculiarità di produrre cibo, sono in parte incomprimibili e pertanto diventerà sempre più rilevante il contributo di questi settori alle emissioni di gas serra.

Non ci resta che attendere i risultati delle soluzioni mitigative di contenimento delle emissioni adottate finora, ma anche elaborare proposte finalizzate a ridurre l’impatto idrico ed ecologico che uno sfruttamento immoderato degli allevamenti comporta e sperare di raggiungere livelli di sostenibilità ambientale adeguati a garantire la stessa possibilità di accesso alle risorse alle generazioni future.

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