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Covid-19 e polveri sottili, un rapporto causa-effetto da approfondire

città: Milano - pubblicato il:
Covid-19 e polveri sottili
foto da PxHere

Diversi studi e analisi mostrano una correlazione tra il Covid-19 e polveri sottili, evidenziando come chi vive in aree con alti livelli di inquinamento dell’aria sia più incline a sviluppare problemi respiratori cronici, che sono terreno fertile per gli agenti infettivi

Lombardia ed Emilia Romagna sono le aree più inquinate d’Italia – sicuramente dal punto di vista del particolato – e tra le più inquinate d’Europa. A formare lo smog della Pianura Padana, oltre a ossidi di azoto e di zolfo, concorre in maniera importante l’ammoniaca che, liberata in atmosfera, si combina con questi componenti generando le polveri fini.

Se diversi studi e analisi hanno stabilito una correlazione tra la diffusione del Covid-19 e le polveri sottili presenti in atmosfera, è chiaro che sia fondamentale, su temi così delicati e strategici, poter offrire alle istituzioni e ai cittadini informazioni, risposte e indicazioni, sulla base di dati scientifici, competenze ed esperienze.

Per questo è nata un’alleanza scientifica fra Enea, Istituto Superiore di Sanità (Iss) e Sistema Nazionale per la Protezione Ambientale (Snpa, composto da Ispra e dalle Agenzie Regionali del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente) per lo sviluppo del progetto di ricerca congiunto denominato Pulvirus.

L’iniziativa nazionale si raccorda inoltre con il servizio pre-operativo nazionale in via di definizione Qualità dell’Aria – Mirror Copernicus ed è in stretto rapporto con il progetto europeo Life-Prepair sul bacino padano.

In particolare il progetto Pulvirus vuole approfondire il discusso legame fra inquinamento atmosferico e diffusione della pandemia, le interazioni fisico-chimiche-biologiche fra polveri sottili e virus, gli effetti del lock down sull’inquinamento atmosferico e sui gas serra.

Il progetto utilizzerà per lo studio di interazione fra Covid-19 e polveri sottili sia simulazioni matematiche al computer, sia modelli biologici rappresentativi delle caratteristiche di Sars-CoV-2.

Pulvirus avrà la durata di un anno, ma fra pochi mesi renderà disponibili alcuni risultati significativi, fra i quali l’analisi di fattibilità di un sistema di rivelazione precoce da attivare possibilmente prima della prossima stagione autunnale.

I dati, i modelli e le elaborazioni, i rapporti e le pubblicazioni saranno disponibili attraverso un apposito sito web, costituendo una formidabile base di dati per gli studi successivi.

Ma, se grazie a Pulvirus gli attuali sospetti potranno essere verificati, Greenpeace Italia, in collaborazione con Ispra, ha indagato e si è chiesta quali siano i settori maggiormente responsabili del particolato in Italia in generale e nel bacino padano in particolare (lo studio completo è disponibile online).

Primo dato verificato da Arpa Lombardia è stato il rapporto di causa-effetto tra le attività zootecniche e l’aumento di PM, con picchi registrati durante lo spandimento di liquami sui campi.

Cruciale è quindi il ruolo degli allevamenti, responsabili di circa l’85 percento delle emissioni di ammoniaca in Lombardia. Secondo l’Arpa regionale, l’ammoniaca che fuoriesce dagli allevamenti “concorre mediamente a un terzo del PM della Lombardia, ma durante gli episodi acuti tale contributo aumenta superando il 50 percento del totale“.

Se in Lombardia è chiaro il peso del settore allevamenti per l’inquinamento da PM, a livello nazionale la ricerca mostra per la prima volta, dal 1990 al 2018, una media di quali settori abbiano maggiormente contribuito alla formazione del particolato PM2,5.

Nell’analisi viene scattata anche una fotografia del 2018, anno in cui i settori più inquinanti si confermano essere il riscaldamento residenziale e commerciale (37 percento) e gli allevamenti (17 percento).

Questi due settori insieme sono la causa del 54 percento del PM2,5 nazionale. La percentuale del contributo degli allevamenti non è mai diminuita, anzi è passata dal 7 percento nel 1990 al 17 percento nel 2018.

L’incidenza dei riscaldamenti inoltre, secondo uno studio del Politecnico di Milano, incide mediamente per oltre il 60% sull’inquinamento globale; analizzando le fonti inquinanti nella sola città di Milano l’incidenza è stata del 74% per gli impianti termici, del 10% per i sistemi di trasporto e del 16% per i processi industriali.

In tutti ambiti in cui si dovrebbe intervenire con riqualificazioni profonde in ambito privato, pubblico e industriale. Non sarebbe inoltre uno sforzo titanico perché, sempre secondo il Politecnico, per ridurre in modo sensibile le emissioni in Italia basterebbe riqualificare 740.000 condomini.

Sul fronte normativo si lavora da tempo in questa direzione. Il D.L.vo 15 novembre 2017 n.183 attua la normativa comunitaria (direttiva UE 2015/2193) relativa al contenimento delle emissioni di inquinanti prodotti da impianti di combustione medi, mentre è ormai in vigore dal 2015, con fasi sempre più restrittive, il regolamento ErP.

Se si sceglie un sistema di riscaldamento che utilizza fonti fossili, la caldaia a condensazione è l’unica soluzione ammessa per impianti fino a 400 kW perché, in tale ambito di potenza, è possibile immettere sul mercato solo caldaie che presentano valori di rendimento minimo del 86% a pieno carico e del 94% a carico parziale (valori riferiti al P.C.S. del combustibile).

Insomma, lasciando per un momento da parte la correlazione tra Covid-19 e polveri sottili, se si riuscisse a inquinare meno si potrebbe migliorare la qualità e la durata della nostra vita, si potrebbe ridurre l’impatto ambientale e frenare il fenomeno dei cambiamenti climatici. Obiettivi di importanza assoluta, che resteranno validi e urgenti anche una volta che l’emergenza sanitaria si sarà attenuata.

Le caldaie a gasolio sono quindi sistemi obsoleti e inquinanti. Il Politecnico di Milano conferma che, considerando 3.500 impianti a gasolio, che equivalgono a solo il 2% dei sistemi in funzione in Italia, l’inquinamento da loro prodotto è dieci volte superiore rispetto alle centrali termiche a gas.

Per questo motivo l’amministrazione comunale di Milano ha bandito, a partire dal 1° ottobre 2023 senza ammettere interventi di riqualificazione – le caldaie a gasolio.

L’azienda con sede a Bergamo Hoval si è già mossa per essere in linea con le nuove normative, lavorando al miglioramento e all’evoluzione delle caldaie a condensazione con Hoval UltraGas, prodotto che ottmizza il grado di rendimento e l’efficienza operativa, riducendo il consumo energetico e le emissioni nocive sull’intera classe di potenza compresa tra 15kW e 1.550kW e fino a 12,4 MW per impianti in cascata, che copre qualsiasi campo di impiego, dalle abitazioni monofamiliari alle centrali di riscaldamento locale, al teleriscaldamento.

Hoval UltraGas, con un rendimento utile fino al 99% (riferito al P.C.S. del combustibile gas naturale, secondo Din 4702 parte 8) consente risparmi fino al 20 % rispetto all’impianto esistente.

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