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Inquinamento chimico delle acque italiane: ecco cosa possiamo fare

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inquinamento chimico delle acque italiane
foto di PxHere

I nostri bacini idrici sono in pericolo e, spesso, malati: Legambiente denuncia l’inquinamento chimico delle acque in Italia e chiede ai cittadini di segnalare gli scarichi sospetti e le situazioni a rischio

Il 60% dei fiumi e dei laghi nazionali non sono in buono stato: questo è quello che emerge dal dossier H2O – la chimica che inquina l’acqua, pubblicato da Legambiente a giugno 2020.

Se anche voi vi siete resi conto del cattivo stato delle acque che vi circondano, questo è il momento di agire.

Anche noi cittadini oggi possiamo infatti fare la nostra parte segnalando gli scarichi inquinanti: vi basterà denunciare eventuali casi di inquinamento chimico delle acque scrivendo e mandando il materiale alla mail [email protected] dell’Osservatorio nazionale ambiente e legalità dell’associazione.

Sarà necessario indicare il luogo, la data e l’ora dell’avvistamento di chiazze, schiuma o liquami sospetti, accompagnati da foto e/o video per consentire una prima valutazione dei casi e procedere a un eventuale esposto da parte di Legambiente, che si avvarrà della rete legale dei suoi centri di azione giuridica.

L’intervento di ognuno di noi risulta essere ancora più importante a fronte della lettura del dossier di Legambiente H2O – la chimica che inquina l’acqua, da cui emergono i dati sulle sostanze inquinanti immesse nei corpi idrici italiani.

Su dati del registro E-Prtr (European Pollutant Release and Transfer Register), Legambiente ha calcolato che dal 2007 al 2017 gli impianti industriali hanno immesso, secondo le dichiarazioni fornite dalle stesse aziende, ben 5.622 tonnellate di sostanze chimiche nei corpi idrici, riconducibili alle seguenti categorie: metalli pesanti (4.565 tonnellate pari all’81% del totale), altre sostanze organiche (852,8 tonnellate pari al 15% del totale), sostanze organiche clorurate (192,8 tonnellate pari al 3% del totale) e pesticidi (11,5 tonnellate pari allo 0,2% del totale).

Dei metalli pesanti, che rappresentano circa l’80% delle sostanze totali, zinco (2.173 tonnellate), nichel (733,8 tonnellate) e rame (733,3 tonnellate) sono quelli più presenti, seguiti da piombo e arsenico, rispettivamente 320 e 185,8 tonnellate.

Se nella Penisola circa il 60% dei fiumi e dei laghi non è in buono stato, in Lombardia ciò che preoccupa di più è lo stato delle acque sotterranee.

Quello che emerge dal rapporto di Legambiente è che la grande densità del tessuto insediativo e industriale della fascia pedemontana richiede un approccio più energico che altrove, soprattutto per prevenire la molteplicità di problemi di inadeguata gestione degli scarichi.

Più che singoli episodi di sversamento, è emersa una perseverante cattiva gestione degli scarichi e dei depuratori, sia civili che industriali.

Un esempio è la Caffaro di Brescia, territorio nel quale le acque di falda sono state contaminate dallo sversamento di metalli pesanti, idrocarburi policiclici aromatici, alifatici clorurati e molte altre sostanze derivanti dalla chimica del cloro provocando importanti danni ambientali.

Le proposte di Legambiente per intervenire contro l’inquinamento chimico delle acque

Oltre all’appello al Governo, l’associazione ambientalista rilancia alcune sue proposte, partendo dalle microplastiche.

Secondo Legambiente, le microplastiche devono infatti rientrare tra i criteri di valutazione del buono stato delle acque interne.

Altro aspetto importante secondo l’associazione è quello di dare spazio all’innovazione tecnologica e ridurre drasticamente l’uso di sostanze di sintesi pericolose in agricoltura.

Per farlo occorre approvare i decreti attuativi della Legge 132/2016 che ha istituito il Sistema Nazionale a rete per la Protezione Ambientale (Snpa), consentendo di potenziare, uniformare e migliorare i controlli sul territorio incidendo sulla prevenzione dall’inquinamento.

Le acque dei nostri bacini e nelle falde rappresentano la cartina tornasole di tutte quelle attività antropiche mal gestite, e la loro tutela e quella dell’ambiente sono troppo importanti perché ricoprano un ruolo secondario nella nostra economia.

Lotta all’inquinamento chimico delle acque con la tecnologia

Gruppo Cap, gestore del servizio idrico integrato del territorio dell’area metropolitana di Milano, ha deciso di ricorrere alla tecnologia per contrastare lo sversamento abusivo di sostanze inquinanti nelle acque.

A questo scopo sono stati introdotti detective elettronici, in grado di individuare in tempo reale le sostanze inquinanti, per individuare gli scarichi illeciti, ridurre i cattivi odori e l’impatto ambientale.

Il sistema si basa su una tecnologia sviluppata da Kando, basata su un approccio di tipo Early Warning, che consente di rilevare in anticipo la presenza di sostanze inquinanti nelle acque reflue.

Il progetto prevede l’installazione di sonde in continuo, in grado di analizzare diversi parametri lungo tutta la rete fognaria. Dall’analisi di ogni parametro viene individuato uno specifico indice di inquinamento che attraverso la correlazione e l’autoapprendimento dell’applicazione permette identificare immediatamente eventuali episodi di contaminazione, per procedere tempestivamente con gli interventi.

I risultati della prima fase di test del sistema hanno già portato a una notifica di reato e all’avvio dell’attività di controllo coordinata con l’Arpa (Agenzia Regionale Protezione Ambiente) e con la polizia provinciale, identificando l’origine dello scarico anomalo e bloccando di conseguenza la fonte di inquinamento.

Un algoritmo prevede la concentrazione dei contaminanti nelle acque

Intanto, l’Università degli studi di Milano-Bicocca ha messo a punto un algoritmo che può contribuire a preservare gli ecosistemi acquatici alpini.

Lo studio, dal titolo Environmental risk classification of emerging contaminants in an alpine stream influenced by seasonal tourism ruota attorno a un algoritmo che prevede la concentrazione di contaminanti emergenti, quali farmaci e prodotti per la cura della persona, che attraverso gli scarichi dei depuratori, raggiungono i torrenti a valle.

I depuratori localizzati sulle Alpi, infatti, si ritrovano spesso a dover scaricare direttamente nei fiumi, non essendo stati progettati per gestire un’elevata produzione di reflui, che si verifica soprattutto durante la stagione invernale con un maggiore afflusso turistico.

Durante l’inverno, la diluizione nei fiumi e nei torrenti è più bassa, a causa della prevalenza di precipitazioni nevose tipiche delle località di alta montagna che ne abbassano la portata. Minore è la diluizione nelle acque, maggiore sarà la concentrazione degli inquinanti.

In questo contesto, i ricercatori hanno scelto come caso di studio il torrente Vermigliana, localizzato nella val di Sole (Provincia di Trento), che riceve gli effluenti trattati dal depuratore di Passo del Tonale a 1799 metri sopra il livello del mare.

L’analisi ha preso in considerazione sia la stagione estiva sia quella invernale. Durante tale periodo è stato caratterizzato e classificato il rischio posto da 54 principi attivi contenuti in prodotti farmaceutici e per la cura personale, appartenenti alle varie classi di uso (antibiotici, antinfiammatori, profumi, conservanti, repellenti per insetti, dolcificanti artificiali) potenzialmente rilasciati dal depuratore.

Per la messa a punto dell’algoritmo, è stato fondamentale raccogliere una serie di informazioni legate alla realtà locale:

  • flusso dei turisti durante le due principali stagioni; volume di vendita dei prodotti studiati
  • informazioni legate alle caratteristiche del depuratore e del torrente che ne riceve gli scarichi
  • percentuale con cui il depuratore è capace di rimuovere i contaminanti
  • volume delle acque reflue scaricate nel torrente durante due stagioni
  • capacità di diluizione del torrente stesso in estate e in inverno
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