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Perché alcuni di noi amano la natura e altri no?

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Foto di MIXU da Pexels

Ce lo domandiamo spesso: l’empatia nei confronti dell’ecologia è naturale o no? La risposta sta nella biofilia e ce la spiega Giuseppe Barbiero, ricercatore in Ecologia e docente presso l’Università di Aosta

Il nostro amore per la natura pare sia innato, ma non istintivo. E quindi va coltivato, studiato, annaffiato da un sapere che è naturale, ma anche culturale.

La questione ce la spiega meglio Giuseppe Barbiero, ricercatore in Ecologia e docente presso l’Università della Valle d’Aosta . In pratica, uno dei più quotati esperti in tema di biofilia in Italia da quando Edward O. Wilson inventò il termine.

A Barbiero, abbiamo chiesto di darci una definizione pratica di cosa sia la biofilia. “La biofilia è letteralmente l’amore per la vita – è l’incipit dello studioso – È un concetto eco-psicologico e ha quindi due accezioni, psicologica ed ecologica. La prima è stata introdotta dallo psicologo Erich Fromm nel 1964; la seconda dall’ecologo E.O. Wilson nel 1984. Fromm usa il termine biofilia per descrivere l’orientamento psicologico a essere attratti da tutto ciò che è vivo e vitale. Wilson usa il termina per descrivere il tratto evoluzionisticamente adattivo dell’essere attratti da ciò che è vivo e vitale“.

La biofilia è innata, ma non è istintiva ci diceva?

Sì, essendo innata, la biofilia è la manifestazione di un assetto genomico che ha superato il vaglio della selezione naturale è può essere quindi studiata con una prospettiva evoluzionistica (filogenetica).

Tuttavia, non essendo istintiva, la biofilia è una semplice predisposizione ad apprendere. La biofilia va quindi stimolata per poterne sviluppare tutto il potenziale e può quindi essere studiata con una prospettiva psicologica (ontogenetica).

Le due prospettive, filogenetica e ontogenetica, si integrano vicendevolmente.

In questo momento però in molti sembrano avere perso la bussola dell’ecologia: ma chi è più frastornato, l’ambiente o l’umanità?

L’umanità deve imparare a rispettare l’ambiente. L’ambiente è la Natura selvatica, la parte di Natura (piante e animali) che non è mai stata addomesticata e che rappresenta il patrimonio di biodiversità di questo pianeta.

Le specie selvatiche sono fondamentali, non solo per mantenere l’equilibrio dell’ecosistema (più la biodiversità è grande e più l’ecosistema è robusto e resiliente), ma anche perché sono l’ancora di salvezza nel caso di crisi.

Oltre il 90% dei medicinali che troviamo in farmacia sono derivati da molecole naturali presenti in piante o animali selvatici. Gran parte del nostro cibo base è offerto da poche specie di cereali (grano, riso) domestiche.

Quando si ammalano possiamo ibridarle con varietà selvatiche più robuste che salvano la specie. Ma occorre che le specie selvatiche non si estinguano.

Qual è a suo modo di vedere il cammino che dovremmo intraprendere?

Dobbiamo preservare metà della terra e del mare e riservarle solo al mondo selvatico, per salvaguardare la maggior parte della biodiversità, inclusi noi stessi.

Esiste un progetto mondiale – Half-Earth Project – ispirato e sostenuto da E.O. Wilson, che lavora per conservare la biodiversità.

Chi sono gli studenti che seguono le sue lezioni e quali sono i commenti ricorrenti?

A partire dal 2018 l’Università della Valle d’Aosta ha attivato il primo insegnamento di Eco-psicologia in Italia, nell’ambito del corso di studi di Scienze e Tecniche Psicologiche.

L’insegnamento è condotto assieme alla collega Marcella Danon, la più autorevole eco-psicologa italiana e si svolge quasi tutto in un contesto naturale, perché vogliamo che gli studenti conoscano la teoria e abbiano sperimentato la pratica della connessione con la Natura.

A chi si dovrebbe insegnare la teoria della biofilia? Chi potrebbe e in che ambiti metterla in pratica?

La biofilia – come si diceva – è innata. Siamo già predisposti ad apprendere dalla Natura, come siamo predisposti ad apprendere la nostra lingua madre.

È sufficiente immergersi in un ambiente biofilico adatto per stimolare l’amore per la Natura. Per questo lavoriamo anche per modificare gli ambienti artificiali per renderli il più possibile naturali.

È il biophilic design (progettazione biofilica), che in Italia si sta diffondendo grazie agli studi di Bettina Bolten.

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