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L’inquinamento dei mari si accumula nei coralli

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Ingrandimento della balanophyllia realizzata da Francesco Sesso

L’inquinamento ormai sempre più diffuso negli ambienti marini si accumula nei coralli: uno studio del Cnr, in collaborazione con l’Università di Bologna, ha rilevato l’accumulo di sostanze all’interno dello scheletro di una balanophyllia europea

I coralli accumulano gli inquinanti dell’ambiente marino: la rilevazione arriva da uno studio condotto dall’Istituto per le risorse biologiche e le biotecnologie marine del Cnr (Cnr-Irbim) e dall’Università di Bologna che è stato in grado di individuare l’accumulo di idrocarburi policiclici aromatici all’interno dello scheletro di una balanophyllia europea e ha permesso di correlarlo in relazione all’età dell’animale.

Gli idrocarburi policiclici aromatici sono inquinanti dannosi che si sono depositati nei tessuti e nelle alghe simbionti del corallo mediterraneo balanophyllia europaea.

Lo studio è stato realizzato nell’ambito del dottorato internazionale congiunto Cnr–Unibo in Tecnologie innovative e uso sostenibile delle risorse di pesca e biologiche del Mediterraneo e delle attività di ricerca del Fano Marine Center – Centro di ricerca sulla biodiversità, risorse e biotecnologie marine.

I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Science of the total environment. I ricercatori hanno potuto dimostrare per la prima volta la presenza di alcuni idrocarburi, come acenaftene, fluorene, fluorantene e pirene, selezionati per la loro rilevanza ambientale, in un corallo largamente diffuso nel mar Mediterraneo.

Gli idrocarburi policiclici aromatici (Ipa) sono una classe di inquinanti organici derivanti dalla combustione incompleta di materiale organico e dall’uso di olio combustibile, gas, carbone e legno nella produzione di energia. Gli Ipa sono largamente presenti in mare e rappresentano un potenziale rischio per la fauna marina, visti i loro effetti tossici – spiega Mauro Marini, ricercatore Cnr-Irbim.

“I risultati dimostrano che balanophyllia europaea accumula questi contaminanti nel tessuto, nello scheletro e nelle alghe zooxantelle che vivono in simbiosi con lo stesso corallo. Associando i dati degli Ipa contenuti negli scheletri ai dati all’età della popolazione in esame, è stato possibile stimare la capacità di stoccaggio a lungo termine degli idrocarburi policiclici aromatici, in particolare sino a 20 anni, negli scheletri di corallo – prosegue il ricercatore Cnr-Irbim – Lo stoccaggio di per sé sottrae contaminanti dall’ambiente. Tuttavia, le sostanze restano tossiche per il corallo e possono avere effetti diretti sull’animale arrivando a provocarne la morte in caso di contaminazioni estreme“.

Le sostanze inquinanti, inoltre, potrebbero essere di nuovo rilasciate nell’ambiente al momento della degradazione del corallo. Inoltre, i cambiamenti climatici provocando l’acidificazione dei mari, possono causare una più veloce degradazione delle strutture coralline e quindi un più rapido rilascio nell’ambiente di queste sostanze contaminanti.

Grazie alle conclusioni di questo studio si potranno impostare ulteriori approfondimenti per lo studio del bacino mediterraneo e per valutare i livelli e le fonti di questi inquinanti diffusi e dannosi. Operazione fondamentale per stimare i rischi per gli organismi marini del Mediterraneo.

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