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Stop alla chimica: nei vigneti arrivano i vitigni Piwi

vitigni piwi
Foto di picjumbo.com da Pexels

Anche in Italia si stanno diffondendo i vitigni Piwi resistenti ai funghi (in tedesco pilzwiderstandfähig). Così, è possibile evitare l’uso di prodotti di sintesi in vigneto e, a tendere, anche fare minor ricorso a zolfo e rame, a vantaggio dell’ambiente

I Piwi sono vitigni che non hanno necessità di anticrittogamici e pesticidi in quanto naturalmente in grado di far fronte alle malattie fungine.

Vitigni nati per essere rispettosi dell’ambiente e che, al di là delle pratiche biologiche, possono consentire anche un minor impiego di rame: quest’ultimo, benché presente in natura, è un metallo pesante, equiparato per legge a pesticida, con il rischio quindi di contaminazione nel tempo soprattutto delle falde acquifere.

Ma una strada diversa c’è ed è rappresentata dai vitigni Piwi che promettono di combattere oidio, peronospora e botrytis (funghi responsabili delle più gravi malattie della vite) con un intervento non sul vigneto attraverso impiego di chimica, ma a partire dal vitigno stesso.

L’acronimo Piwi arriva dal tedesco pilzwiderstandfähig, che significa esattamente resistente ai funghi: si tratta di vitigni ibridi, nati per resistere alle malattie fungine da incroci realizzati tra varietà europee, americane e asiatiche.

L’ibrido viene creato per impollinazione, con tecniche lontane dagli Ogm: la fecondazione avviene tra tipologie di vite diverse ma affini dal punto di vista genetico. Si tratta di un lungo lavoro di ricerca, nel tentativo di individuare il grado di affidabilità ed efficienza per limitare se non azzerare il numero dei trattamenti in vigna.

Importanti studi e sperimentazioni sono stati condotti in Europa, in particolare in Germania, Austria, Ungheria, ma anche negli Stati Uniti e in Giappone.

In Italia sono stati fatti numerosi passi avanti e molti viticoltori, dal Friuli all’Alto Adige, dal Veneto alla Lombardia, hanno avviato vigneti di Piwi, con nomi dei vitigni inusuali e divertenti: Bronner, Cabernet Carbon, Cabernet Cortis, Gamaret, Helios, Muscaris, Johanniter, Prior, Regent, Solaris.

Una nuova realtà con cui la viticoltura italiana sta facendo i conti: anche dal punto di vista legislativo la Comunità Europea si confronta con i Piwi, consentendo norme in deroga rispetto al principio di produzione di vini a denominazione d’origine derivanti esclusivamente da varietà di vitis vinifera.

Alcune regioni in Italia hanno infatti ammesso gli ibridi microresistenti per la produzione di vini comuni da tavola o di Igt. Per Doc e Docg sono in corso riflessioni per possibili aperture.

Sicuramente il fenomeno non è solo di grande attualità, ma da un lato un’informazione non sempre chiara e puntuale, e dall’altro il paventato timore di manipolazioni genetiche, generano confusione, incomprensioni e, a volte, diffidenza.

Per molti membri della comunità scientifica e vitivinicola il rischio è quello di omologare i vini, non più espressione del terroir: i detrattori invocano la dimensione autoctona come unica via per dare voce al territorio e all’ambiente pedoclimatico.

Dall’altra le sensazioni gustative di questi vini registrano sempre più il gradimento dei consumatori, che li trovano invece in linea con altri prodotti del territorio: apprezzata l’attenzione all’ambiente, come elemento per la valutazione del vino stesso.

Certo è che la storia dei vitigni Piwi è recente e non è semplice omogeneizzare approcci stilistici e culturali diversi con le tendenze dei consumatori e con i tanti interessi professionali, scientifici ed economici.

Lo scontro è sicuramente tra titani: una viticoltura moderna, con orizzonti che guardano alla scienza come via per fornire gli strumenti adeguati per un vigneto sempre più green da un lato e dall’altro l’affermazione della tradizione, con il mantenimento di un modo di fare vino in linea con ciò che storia e tradizione hanno scritto e tramandato.

Nella nostra regione diversi  produttori hanno avviato sperimentazioni sui vitigni Piwi, come in Valle Camonica, nella bergamasca e in Valtellina: qui per esempio, Marcel Zanolari produce un vino che in uvaggio prevede incroci diversi di vitigni resistenti Piwi (il suo Vagabondo Rosso), mentre in alta valle  l’impresa La Grazia firma un vino dal nome accattivante, ZeroVero, un Alpi Retiche Bianco Igt da uve Solaris, Bronner, Johanniter, Souvigner e Muscaris.

Nella zona che dalla Val Chiavenna porta alla frazione di Pianazzola, Maurizio Herman alleva Solaris, Souvigner Gries e Bronner in vigneti che si affacciano a picco sulla valle.

Crediamo fortemente che valga il vecchio claim provare per credere: la strada è sicuramente lunga, ma per l’esatta comprensione delle espressioni e delle sfumature dei vini da vitigni Piwi e del loro impatto ambientale, bisognerà non solo degustare alla cieca, ma essere completamente liberi da preconcetti e pregiudizi.

Sara Missaglia Sara Missaglia: giornalista, sommelier, degustatore e relatore per l’Associazione Italiana Sommelier, racconta di vino e enogastronomia per alcune riviste e testate di settore. Esperta di comunicazione è Degustatore della Regione Lombardia | Instagram | Facebook | Twitter | Linkedin
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