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Ghiacciai delle Alpi: gli scenari tristi al 2100

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Sotto stretta osservazione del Cnr e dell’Università statale di Torino lo stato dei ghiacciai, che preoccupa tanto quanto la pandemia

I cambiamenti climatici sono il Coronavirus dei ghiacciai, che ormai scottano. Lo dimostra la Ela (Equilibrium-line altitude) che è in un certo senso il termometro che segnala la febbre della massa ghiacciata.

La linea di equilibrio dei ghiacciai, dipende strettamente dai parametri climatici (temperature estive e precipitazioni invernali) e identifica la quota che separa la zona di accumulo di un ghiacciaio, quella cioè che alla fine dell’estate preserva parte della neve caduta nel corso dell’inverno precedente, e la zona di ablazione, dove invece la neve invernale sparisce completamente a causa del caldo estivo e riduce così anche il ghiaccio più antico.

Se il clima cambia – ci spiega Renato R. Colucci, ricercatore del Cnr-Isp – la Ela si modifica alzandosi o abbassandosi di quota. Meno neve durante l’inverno e più caldo in estate portano la Ela ad altitudini più elevate, se va a collocarsi sopra la quota più alta occupata da un ghiacciaio, questo è destinato a scomparire, in quanto non potrà più godere della sostituzione del vecchio ghiaccio con quello nuovo“.

Colucci, assieme a Manja Žebre del Marie Curie alla Aberystwyth University del Galles (Uk) e Filippo Giorgi membro dell’Ipcc oltre ai colleghi del  Dipartimento di matematica e geoscienze dell’Università di Trieste hanno appena pubblicato una ricerca sulla rivista scientifica internazionale Climate Dynamics sull’evoluzione della linea di equilibrio di tutti i circa quattromila ghiacciai delle Alpi su un arco temporale di 200 anni, dal 1901 al 2100.

In sintesi la ricerca afferma che da qui al 2100 potrebbe rispettivamente scomparire il 69%, l’81% o il 92% dei ghiacciai alpini. “In ogni caso – è il parere di Colucciil totale disequilibrio con il clima dei ghiacciai attualmente localizzati al di sotto dei 3.500 m di quota sulle Alpi, porterà comunque alla loro quasi totale scomparsa nel giro dei prossimi 20-30 anni“.

Intanto, l’Università degli studi di Torino ha presentato un piano pluriennale di ricerca alla Capanna Margherita sul Monte Rosa, svolto con il supporto del Club Alpino Italiano.

Un portale, aperto alla collaborazione di alpinisti, documenterà le conseguenze dei cambiamenti climatici. Rinnovata, inoltre, la collaborazione con il Comitato Glaciologico Italiano con la firma di un accordo per la concessione di un contributo e della sede all’ex Istituto Galileo Ferraris di Torino

La convenzione tra Cai e UniTo, in particolare con il Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università, si avvale della collaborazione di Imageo, già spin off dell’Ateneo torinese, società specializzata nello studio di instabilità naturali d’alta quota attraverso tecnologie avanzate.

L’accordo nasce dalla constatazione che gli effetti della deglaciazione e della degradazione del permafrost creano problemi di stabilità a carico di rifugi alpini e delle relative via d’accesso.

Per questo motivo, il Cai ha deciso di effettuare un approfondimento conoscitivo nel settore della Punta Gnifetti, sul Monte Rosa dove si trova la Capanna Margherita, il rifugio più alto d’Europa e osservatorio fisico-meteorologico, sede di laboratori medici e scientifici dell’Università di Torino.

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