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Specie in via di estinzione: l’artiglio del diavolo  

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artiglio del diavolo
Foto da Pixabay

L’artiglio del diavolo è comunemente usato per ridurre il dolore, soprattutto per il mal di schiena, ma la sua crescente domanda sta mettendo in pericolo la specie. Per salvaguardarla si stanno studiando altre specie che hanno effetti terapeutici simili, come per esempio i broccoli

Anche l’artiglio del diavolo – una pianta dal frutto spinoso – rischia l’estinzione. Quando si parla di estinzione pensiamo subito a specie animali, come tigri o panda, ma purtroppo questo fenomeno riguarda anche le piante.

In particolar modo quelle medicinali, che vengono raccolte nel loro habitat naturale invece di essere coltivate. L’artiglio del diavolo è raccolto in alcune regioni dell’Africa dove la radice, venduta per l’esportazione, rappresenta una fonte di sostentamento per queste popolazioni.

Negli ultimi anni la crescente domanda di farmaci fitoterapici a base di artiglio del diavolo è cresciuta molto, creando la distruzione del suo ambiente di crescita e problemi di sostenibilità che, inesorabilmente, hanno messo in crisi le economie locali.

Per ovviare a questo, oggi la specie è protetta e il suo commercio è disciplinato dalla convenzione sul commercio internazionale delle specie di fauna e flora selvatiche minacciate di estinzione, un accordo che mira a garantire la sopravvivenza della specie.

Proprietà e caratteristiche dell’artiglio del diavolo

Il suo nome scientifico è Harpagophytum procumbens, in fitoterapia però non si usa il frutto, bensì le sue radici tuberose, che nella medicina tradizionale del Centro-Sud Africa sono usate come bevanda per favorire la digestione e per curare diverse affezioni come febbre, dolori da parto e malattie reumatiche.

In Europa è stato importato agli inizi del secolo e il suo impiego per alleviare il dolore moderato articolare è universalmente riconosciuto dall’Ema (Agenzia europea del farmaco) e dall’Oms (Organizzazione mondiale della sanità).

I suoi principi attivi più importanti sono: triterpeni, polifenoli e glicosidi iridoidi, in particolare questi ultimi hanno un attività antinfiammatoria in quanto agiscono sulla sintesi delle prostaglandine, come i farmaci antinfiammatori di sintesi.

Inoltre è stato anche dimostrato che gli estratti dei tuberi inibiscono la produzione di altri mediatori dell’infiammazione detti citochine, come interluchina 1-beta e il fattore di necrosi tumorale alfa.

Le citochine svolgono un ruolo importante nella produzione di enzimi che degradano le cartilagini chiamati metalloproteinasi della matrice (Mmp), da ciò si potrebbe valutare il suo impiego come protettivo e preventivo dalla degradazione della matrice cartilaginea.

Per questo si stanno studiando piante nostrane che potrebbero avere un effetto simile a quello dell’artiglio del diavolo e meno impatto sul loro ambiente di crescita e sviluppo, come i broccoli che contengono isocianati come il sulforafano, che inibisce l’espressione delle Mmp andando a proteggere la cartilagine e bloccando la sintesi di alcuni mediatori dell’infiammazione, valutando così un suo possibile impiego nel trattamento dell’artrosi.

Altre specie che vengono studiate sono l’aglio (Allium sativum) e altre specie del genere Allium, della famiglia delle Amarillidacee, e la curcuma (Curcuma longa).

Maria Anna Esposito Maria Anna Esposito: laureata in Chimica e Tecnologie Farmaceutiche alla Facoltà di Farmacia dell’Università Federico II di Napoli, farmacista con specializzazione in Fitoterapia e Aromaterapia. Fito-blogger. Esercita in libera professione attività di consulenza erboristica | e-mail | Instagram
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